There’s a heaven above you

Il 10 giugno è il giorno in cui sono morta.

Da morta ho parlato, ho telefonato, ho guidato, ho pianto, ho giocato con i miei figli e sono anche andata al lavoro, ma quel giorno io sono morta. Una fiammata nera si è portata via la mia anima, o quel che ne era rimasto. E sono morta.

Tutto ha preso contorni diversi. La paura mi tiene la mano tutti i giorni, e le notti. Soprattutto le notti. Le crepe corrono lungo l’aridità che mi pervade e che trova sollievo solo negli abbracci dei miei figli.

Poi un raggio di luce, una speranza flebile. Una candela accesa, che sì, sei consapevole che prima o poi come tutte le candele si spegnerà, ma meglio una candela di un fuoco d’artificio quando hai bisogno di una luce che sia una guida.

Due mesi a proteggere la fiamma, ad alimentarla ributtando sopra la cera che colava di lato, per allungarne la durata, a vivere di quell’alone di luce che illuminava poco o niente ma c’era.

Ora qualcuno su quella candela ci ha soffiato di nuovo, ed è buio.
Un buio freddo e pieno di rumori brutti, di pensieri, di terrore per il futuro, di incertezza, di stomaco sottosopra, di ricordi persi, di domande senza risposta.
Allontano le mani che mi vogliono guidare verso una luce nuova perché ho paura anche di quelle. Quanto dureranno? Per quanto ci saranno?
Lo avete mai sentito il cuore che brucia per il dolore? E non parlo di dolore fisico, ma di un male più profondo. Io mai. Mai fino al giorno in cui sono andata in pezzi e niente è tornato come prima.
Ho un fuoco sotto lo sterno che di buono non ha niente, e sto cercando ogni giorno di convertirlo in qualcosa di buono, perché di spegnerlo non se ne parla.

Oggi ho preso parte di quel fuoco e l’ho buttata in quello che sto scrivendo. Non credo di aver mai scritto così tanto come in questi due giorni. Lo faccio per me, lo faccio per chi crede ancora in me nonostante tutto, nonostante sia un’anima di petrolio. Lo faccio per lei perché deve vedere che qualcosa di buono, forse, riesco a farlo anche io.

Scrivere è sopravvivenza.

E ora per me sopravvivere e tutto quello che posso sperare di fare per tornare a vivere di nuovo.

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Un bacio ed un addio sono la stessa cosa

Rieccoci ai saluti finali.
Aspetto un anno questa settimana, poi arriva, mi agito, mi innervosisco, la vorrei perfetta e senza pioggia, poi piove e mi arrabbio, e i bimbi non stanno buoni a tavola, e Filippo fa un casino che mannaggia a me quella volta perché non ho preso un labrador. Poi la settimana finisce, e ho già due valigie pronte, come per strappare il cerotto in anticipo e sentire il dolore del distacco prima del momento in cui allaccerò la cintura e lascerò la valle dietro di me.
Il cuore sempre gonfio, la testa quest’anno poi gli va dietro con pensieri, paure, speranze, sogni e ricordi. Le due stanze una di fronte all’altra, le feste della Lalla, il ricordo del Pino che mi sembrava di vedere zampettare dappertutto e che invece sta pascolando del mio cuore.
La Coca Cola che qui è più buona.
La doccia con vista sul Monte Sella.
La pelle asciutta dei miei figli che profuma di sole, le loro guance rosse e le scarpe impolverate.
Le persone di questo albergo che sono un pezzo di cuore, che rendono l’andarsene via ancora più difficile.
Le foto orribili, i miei capelli esplosi dopo essere rimasti schiacciati sotto al cappellino bianco o a un fazzoletto bianco e azzurro. Il passeggino con le ruote inchiodate, il bagno in piscina, le lacrime di Giorgia per la partenza imminente e i suoi sorrisi, oggi, accarezzando gli asinelli.

Questo posto è un ossimoro di emozioni. Piango arrivando e piango partendo.
E lo sogno per un altro anno, nella speranza di tornarci, con la scaramantica consapevolezza che ogni soggiorno sarà l’ultimo.

Chiudo la terza valigia.

Ci rivedremo.

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Brucia come un taglio nel sale

Te ne sei andato in pace e in silenzio, un po’ come hai vissuto i tuoi quasi 16 anni. Ti prendevamo in giro perché eri nato il 29 settembre come Silvio.
Arrivato come Loup, Lupin, Lou. E diventato Il Pino.
Un cucciolo di tre mesi piovuto a casa come una benedizione, con il naso rosa e il muso a punta, il pelo bianco e le orecchie bionde. Abbiamo passato gli anni a cercare di capire da che razza di intruglio di razze fossi nato, non lo abbiamo mai capito. Ma un cane buono come te non si vedeva spesso in giro. Coccolone, affettuoso. Ingordo e goloso. Volevi bene a tutti. Avevi conquistato anche mia nonna, che i cani non li amava. Ne avrebbe voluto uno come te.
Eri il mio peluche quando ti buttavi a dormire addosso, la notte, anche quando faceva caldo. Eri le corse per casa quando dovevamo tagliarti le unghie, farti il bagno o darti quel malefico antibiotico rosa che sputavi anche se lo sminuzzavamo in pezzi minuscoli.
Eri versi strani. Eri quello che abbaiava quando riconosceva il mazzo di chiavi della mamma già dal portone.
Eri quell’alitaccio tremendo che faceva svenire me e la mamma, e peli dappertutto. Quei peli bianchi che si infilavano dappertutto e ti rimanevano addosso per giorni.
Eri le passeggiate in montagna, con le tue zampe corte e la schiena lunga. Eri la paura dell’acqua e l’amore per il cibo in ogni sua forma. Eri un comò di pelo.
Eri le mie passeggiate serali quando andavo a prendermi il gelato d’estate in centro, da sola, e averti con me, nonostante fossi piccolo e per nulla minaccioso, mi faceva sentire più sicura. Eri la preoccupazione per tutto quello che hai passato. Incidenti, operazioni. Hai sempre rialzato la testa. Eri la pazienza con i miei figli e con la Lalla.
Eri il vecchietto da portare in braccio per le scale, al mare, perché ormai la tua schiena era malmessa e ogni gradino era un dolore.
Eri la tua tesa appoggiata sulla mia mano, giovedì sera, quando ti ho portato qui a Giavera per farti fare la villeggiatura con il tuo amico Pepito.
Ora te ne sei andato a scoprire nuovi orizzonti, senza il peso di un corpo vecchio e malandato che era diventato un po’ una prigione. Corri leggero dove sei ora, corri libero, corri spensierato, come facevi da piccolo quando mi accucciavo per farti venire da me e tu all’ultimo metro mi schivavi e provavi a scappare in strada.
Corri Pino, le tue impronte le hai lasciate nei miei ricordi, nei miei sentimenti, in tutto quello che sei stato per noi.

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Maledetta primavera

2 agosto.
Come ci siamo arrivati non lo so, ma ciò non toglie che luglio è stato il mese più lungo dell’anno, per quanto mi riguarda. Più lungo di aprile in quarantena. Più lungo di un maggio fatto solo di casa e lavoro.
Ma tant’è, andato. Un ricordo afoso e nervoso. Chili persi di nervi. Mal di testa come se star bene fosse un lusso.
Però, appunto, ciao luglio. Non mi mancherai. Nella vita mi hai solo portato la gioia di veder nascere mia figlia con un travaglio tutto sommato accettabile e un parto che se non fosse andato com’è andato, beh ora Giorgia sarebbe di certo figlia unica.

Agosto è qui. Mi aspetta un’ultima settimana di lavoro che sto pensando di affrontare alla machecazzomenefregammè, come il peggior cliché dell’impiegato che timbra il cartellino con una puntualità imbarazzante e non fa un passo in più del dovuto o presunto tale.

Poi saranno ferie. Ferie intese proprio come astensione retribuita dal lavoro. Cosa che non mi succedeva da 5 anni, quindi sono un po’ emozionata. E se penso che non faccio 2 settimane di suddette ferie dal 2012 perché nel mio precedente impiego era possibile fare al massimo 5 giorni all’anno e a volte manco quelli, praticamente mi sembra di vivere un’esperienza lussuosa.

Come sempre succede poi in questi primi giorni della domenica dell’anno, ripenso ai tempi andati, a quando ero una bimba che di solito, al 2 di agosto, tornava a casa.
Tornavo da quel copriletto rosa perfetto, senza una piega. Nell’appartamento caldo, dove mamma stirava 20 ore al giorno per preparare la valigia per la montagna. A sudare sistemando felpe e giacche pesanti perché in montagna, anche ad agosto, non si sa mai. Ad aspettare con ansia la sera prima della partenza, rimanendo sveglie fino a tardi per l’afa e l’eccitazione, con la Punto Rossa caricata a metà. La colazione fuori per non dover lavare i piatti al mattino, quando la sveglia alle 5 ci faceva vedere una Treviso nebbiosa e sfocata che non vedevamo l’ora di abbandonare per un po’.

Tutte le tecniche per affrontare il mio mal d’auto, spesso inefficaci. Le mille soste sulla strada. Quella prima di affrontare il Campolongo rimarrà sempre la mia preferita dopo la pausa merenda a Caprile, subito dopo Alleghe, dove mangiavo una tartelletta di pasta frolla con i frutti di bosco e già mi sentivo in vacanza.
La pausa prima del Campolongo sapeva di legno, di bosco e di pioggia. Faceva sempre freddo e scendevo dall’auto indossando la felpa. Corvara era lì sotto, una perla che non vedo da tanti di quegli anni da non avere nemmeno il ricordo di che forma abbia il Sassongher.

E poi da Corvara alla valle di Marebbe era un ultimo respiro, e poi il cuore accelera, e poi eccola là, la valle che si apre in una V perfetta, verde di alberi e prati perfetti e grigia di roccia che al tramonto cambia colore per regalare momenti rosa indimenticabili.

Quell’emozione non è mai cambiata, e sono passati più di 35 anni dalla prima volta.
È un’emozione cui non riesco a rinunciare. Un’emozione che proverò anche quest’anno, molto probabilmente.

E ci provo a non pensarci. Ad affrontare ogni giorno come se fosse fine a se stesso. Ma la mia testa è sulle valigie in garage che non vedo l’ora di pulire, alle mie pedule rosse. Alle notti sotto le coperte.
Il sogno che porto sulla pelle.

E forse quest’anno ne ho più bisogno del solito.
Bisogno di stare con mia madre, bisogno di stare con i miei figli senza lo stress dell’orologio che corre, del lavoro che incombe, in una bolla di pochi giorni dove trovare la pace che manca da tanto tempo.
Bisogno di far scendere le lacrime appena intravedo il Pelmo lungo la strada. Bisogno di sentire lo stomaco stretto in una morsa quando le prime curve del Falzarego ti regalano una vista di Cortina che non si può spiegare con le parole. Bisogno di sentire le spalle che si rilassano passato il rifugio Valparola, quando la Val Badia si apre davanti ai tuoi occhi e ti chiedi come hai fatto a vivere senza quella vista per tutto quel tempo. Bisogno di mettere la mano sul cuore passando a San Cassiano, al cospetto del Sasso della Croce.

Bisogno.

La montagna è qualcosa di più di una vacanza.

Aspettami.

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Ride the wild wind

Che I figli non siano nostri, ma della vita, la prima volta me lo ha detto l’infermiera del centro antidiabete che mi aveva in cura quando nella mia pancia tonda cresceva un vispo Filippo.

Stavo per rispondere pure male, ma come? 9 mesi di agonia, il parto, le tette doloranti, notti insonni, e i figli non sono miei?

Follia.

Eppure è vero.

Noi siamo il mezzo con cui i figli vengono a contatto con il mondo. Siamo i loro primi passi, braccia per accogliere i loro fallimenti, mani forti per incoraggiare le loro scelte. Ma la vita è loro, non nostra. Nessuno dice che sia facile, anzi. Ma dobbiamo abituarci a guardare le loro schiene mentre si allontanano lungo una strada che magari noi non avremmo voluto che percorressero, ma è quella che hanno scelto.

Quindi mamma, non colpevolizzare te stessa per i miei fallimenti, per la mia stanchezza, per tutto quello che non ho ottenuto e non ho saputo raggiungere. Pensa a quello che comunque ho di bello, e a quello che di bello abbiamo avuto insieme e che ancora avremo.

Ho sbagliato come figlia e sbaglio e sbaglierò come mamma, come tutte le figlie e come tutte le madri. Ma ve bene così. Diffidare dalla perfezione, sempre.

E a tutti una buonanotte, che siate genitori o figli. E che il potere dell’aria condizionata sia con voi.

Non so

Nelle estati della mia infanzia e della mia adolescenza, il mio gioco preferito prima di andare in montagna era far vedere a mia madre quanto ero abbronzata rispetto a lei. Appoggiavo il mio avambraccio al suo, sembravamo un biscotto Ringo senza la crema in mezzo. Tra una lavatrice e l’altra fatte in fretta e furia, e serate a stirare con il ventilatore davanti, quello era il mio spasso.
Tornare a casa dopo tre settimane e trovare quel copriletto, quello rosa.
Sapere di avere pochi giorni per fare una nuova valigia.
Patire le ultime notti di afa prima di andare al fresco e riposare, finalmente, sotto le coperte.

Poi sono cresciuta e il mare è diventato un’agonia più breve.
La sessione estiva portava via mezza estate.
E poi il lavoro.
Aspettare agosto come durante l’anno si aspetta il week end ogni settimana.
Il sapore dell’estate è sempre stato agrodolce. A volte in questo esatto ordine. Luglio è tornato un mese utile solo nel 2016, quando è nata mia figlia.
Poi c’è stato il 2019, che ha portato parecchie cose brutte ma anche l’estate più bella della mia vita. Mare e montagna con la mia famiglia.
Poi sono iniziate le cose brutte, ma ho affrontato lacrime e paura e preoccupazioni forte dei ricordi, delle belle sensazioni, di un vissuto splendido.

Spero sarà così anche per questo scampolo di estate che rimane. Anche se mi aspettano due settimane complesse, dove dovrò lottare contro tutto ciò che sono e che sono stata fino a dieci minuti fa per non disintegrarmi del tutto. I pezzi che mi compongono sono tenuti insieme da un velo di colla che potrebbe fare il suo lavoro se riuscissi a lasciarla asciugare, anche solo un po’.

Il lavoro che devo fare su me stessa è gigantesco e non so quanto ci vorrà, quanti risultati otterrò, ma come mi piace spesso ripetere, anche il viaggio più lungo comincia dal primo passo, ergo proviamoci, iniziamo.

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Ero sola, ero mia

Il trolley è pronto, è chiuso.

Riempito di piccoli costumi da bagno, magliette e vestiti colorati taglia 4/5 anni. Un poncho di spugna delle principesse Disney e il mio telo mare azzurro.
Le ciabatte da doccia rosa e le scarpette in neoprene blu che magari quelle le eredita Filippo l’anno prossimo, se il piede continua a crescergli così.

Giorgia parte per il mare con i nonni e io sento in fondo allo stomaco quel sentimento misto di entusiasmo, felicità, paura e nostalgia. Felice perché almeno lei potrà godersi qualche giorno di aria diversa, potrà fissare un po’ di vitamina D, dorare la sua pelle perfetta e quei capelli ribelli che la nonna di certo sarà in grado di addomesticare.
Felice perché tornerà per qualche giorno a godere dello status di figlia unica che il torello  che pesa quanto lei le ha portato via un paio e una manciata di mesi fa.
E l’ansia poi di tornare a casa e non vederla. Il letto vuoto al mattino. L’ascoltare le storie la sera, e metterle un po’ di ombretto quando mi preparo per il lavoro. Il suo “ti voglio bene” detto ogni mattina sulla porta quando esco.

Cresce, e va bene così.
Non mi mancheranno i suoi capricci. Non mi mancheranno le liti con il fratello e le urla, i graffi, le tirate di capelli. Mi mancherà, per questi pochi giorni, il letto pieno di intrecci di gambe e braccia e testoline un po’ sudate, e quel rituale silenzioso del trasferimento dal lettone alla cameretta, uno alla volta, in braccio, con la loro fronte appoggiata alla mia spalla, il corpo abbandonato nella fiducia più totale addosso al mio.

Ma che sia sole, spiaggia, onde e conchiglie. Gelati e frutta mangiati sotto l’ombrellone. Profumo di crema solare e coccole con la nonna. Abiti leggeri e vaporosi, forcine con gli strass e sorrisi spensierati.

Amore mio divertiti.

Alla mamma mancherai, ma annuserò il tuo cuscino tutte le sere, anzi, lo userò per dormirci al posto del mio.

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Io non sono come te

Il 9 giugno ascoltavo una playlist di P!nk su spotify e cantavo a squarciagola mentre al tramonto guidavo verso Treviso.
Al mattino dopo, con un cielo grigio e nuvoloso e un’aria soffocante, percorrevo la strada al contrario, con la radio spenta e il cuore in fiamme come mai mi era successo.
Un mese è passato nel caos, nel dolore, nella paura. Ho cercato negli abbracci dei miei figli e nelle loro foto attaccate allo schermo del computer la forza per non abbandonare la testa sul tavolo e lasciarmi travolgere dalla pioggia dello sconforto.
Oggi il cielo è azzurro e il cuore fa un po’ meno male. Riesco a fare qualche respiro più profondo. Gli incontri del corso di scrittura sono stati come un massaggio defaticante, il mio lavoro per il corso di scrittura ha incanalato la nuvola nera che mi portavo addosso in qualcosa di finalmente buono.

Ho ricominciato a pianificare un po’ di attività fisica per riprendere il controllo del mio corpo. Ho ricominciato a leggere più libri in parallelo. Sto pensando addirittura di riprendere quella scatola sotto al letto dove giacciono, forse, ancora due paia di sandali con un po’ di tacco.
Ho in testa una rivoluzione per i miei capelli, per togliere dal riflesso dello specchio quell’immagine che ho adesso e che ora come ora, mi porta solo a tanti, brutti pensieri.
Manuel dice che per cercare di stare meglio devo iniziare a fare l’elenco delle cose per cui, nonostante tutto, sono grata alla vita, perché lamentarsi è sempre la via più facile ma è anche quella che non porta da nessuna parte.
Quindi penso a Giorgia e a Filippo, ai viaggi in macchina ascoltando i Pinguini Tattici Nucleari, alla stracciatella di bufala, al tetto che ho sopra la testa, alla crema di nocciole, alle amiche belle, al caffè fatto con la moka.
Guardo la cucina temporaneamente spaziosa e finalmente molto più ordinata grazie al mobile che mi ha fatto mio suocero, e ripenso a quando, qualche anno fa, una mattina molto presto in estate passeggiavo con i bambini per approfittare dei pochi momenti di frescura prima della botta di caldo, ed ero passata davanti a una casa qui nella via. Le finestre della cucina erano aperte e la proprietaria se ne stava in piedi a bere una tazza di caffè in questa stanza illuminata dal sole del mattino. Mi aveva dato l’idea di vacanza. Vivevo ancora nel vecchio appartamento, il seminterrato dove non potevo praticamente mai spalancare, dove cucina e soggiorno erano un tutt’uno appiccicato e sempre in penombra.
Quando in queste mattine di risvegli poco dopo l’alba mi trovo in piedi, in cucina, con la tazza in mano e i piedi scalzi, ripenso a quella passeggiata e a come alle volte qualche piccolo sogno si avvera. Piccoli, pochi, ma succede.

Tenere duro, bisogna tenere duro. Anche se ci si sente, sempre, una barca nel bosco.

Una con troppe stelle

Continuo a sentirmi come il cavallo di Atreiu.

A volte ho la fortuna di risalire di qualche centimetro, tipo in giornate come sabato, circondata da bellezza di contenuti e di persone, e per qualche ora tutto il resto è stato messo in pausa.

Poi parcheggi l’auto e ripremi il tasto play. Domeniche sospese, paura, emicrania continua, insonnia. Scappo da casa per andare al lavoro e poi scappo da lì per tornare a casa.

Gli abbracci dei miei figli, le risate con le colleghe, gli audio con le mie tre comari fidate. E respiro. E provo a focalizzarmi sui desideri, sui sogni che nonostante tutto continuo, caparbiamente e stupidamente, a coltivare.

Visitare il sud della Sardegna. Tornare al Sas dla Crusc con i bambini. Vedere Londra, non ci sono mai stata. Vivere tanti Natali felici. Fare le vie dell’acqua a Cison. Prendere un catadiottrico. Riuscire a collegare il mio mac alla TV. Fare la Moussaka.

Cose piccole ma che schiaccio come formiche con il pollice per paura di dover trovare la forza di provare a realizzarle.

Come se ne esce? Quando passerà?

Indietro nel tempo

Tra una manciata di giorni arriverà luglio.
Giorgia compirà 4 anni, il mio contratto di lavoro scadrà, farà caldissimo e non ci saranno competizioni sportive a tenermi compagnia e rendere sopportabile questa stagione infame fatta di sudore, pressione bassa e zanzare.

Giugno mi ha presa a schiaffi. E poi a calci quando ero ancora a terra.
Giugno ha estirpato fiori ancora profumati.
Giugno ha raso al suolo sogni.
Giugno forse sta cercando di insegnarmi lezioni che non voglio imparare.

Dentro al petto ho un incendio che non mi fa dormire né respirare. Un dolore acuto, continuo. La gola chiusa e gli occhi bruciano.

Ma se è vero che più ci si lascia inghiottire dalle spirali negative più cose negative si attraggono, allora pensiamo al solo, meraviglioso momento spensierato che ho vissuto in questo mese agli sgoccioli.

Venerdì sera ho caricato Giorgia in auto e siamo partite, al tramonto, alla volta di casa di Madre. Lei era come sempre eccitatissima, quando fa le trasferte lunghe si esalta come è naturale che succeda a una bambina di quasi 4 anni. Mi chiede di mettere la musica che piace a lei come quando era piccola e ci facevamo un sacco di giri in auto insieme.
Le metto Dance Monkey che ahimé, le piace moltissimo, poi la riproduzione casuale fa partire River di Bishop Briggs e con un volume illegale in almeno 15 stati ci siamo messe a cantare come pazze, lei con il suo inglese fatto di suoni sconnessi e io con la voce che si rompeva nelle note alte.
Mi sono divertita come non succedeva da troppo.
Mamma e figlia da sole è stato il trend della mia vita, con me nel ruolo di figlia. Come mamma non sono brava abbastanza, credo. Come non lo sono come figlia, d’altronde. Gli equilibri femminili sono difficili da creare e da mantenere, e quando vedo invece mia figlia e mia madre accordate come violini di un’orchestra, penso che forse il mio ruolo sia stare nel mezzo, come il fulcro di una leva.

Se è così, beh, ben venga. Sarà così fino a che ce ne sarà bisogno.

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