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Vorrei imparare a fare una collana di tutte le piccole perle che, nonostante tutto, vivo ogni giorno.

Tipo l’arcobaleno di stamattina, una perla di vetro colorata come una biglia.

Tipo vedere i miei figli, ieri sera, scatenarsi con la musica, senza paura, senza timidezza, senza vergogna. Una perla di corallo rosso. Bello come la Sardegna.

Tipo la Svizzera che ne prende tre. Una perla tricolore.

Tipo quando riesco dopo mesi ad appaiare i calzini di Giorgia. Una perlina di quarzo rosa.

Tipo quando la sera ci addormentiamo in tre sul letto, incastrati male, in un coro di respiri pesanti, e sottofondo di Barbapapà sulla TV accesa.

Tipo quando Giulia e io inventiamo un soprannome.

O quando la Vera mi manda un audio.

Tipo quando ritrovo le vecchie foto di San Vigilio con la mamma. O quelle meno vecchie con i miei figli.

Una serie di sfere colorate, anche male assortite, magari, ma che nel complesso mi regalano qualcosa da stringere quando le cose iniziano, o continuano, a girare storte.

Sai di buono ma non di noi

Il temporale questa notte ha portato inquietudine, insonnia e mal di testa. Ma il risveglio al ritmo di Filippo che correva mezzo nudo per casa cercando tracce dei suoi genitori che avevano addirittura osato rimanere a letto oltre le ore sei ha riportato tutto in asse.
Questa mattina c’era il sole, la cucina illuminata, finalmente un po’ più in ordine nonostante i disastri di farina compiuti a causa di Ippolito, la mia pasta madre.
Preparo la moka, lo yogurt per Filippo, l’impasto per i pancake. Controllo lo stato di salute di Erminio Ottone, il basilico che mi ha regalato mamma e che ancora vive e resiste nonostante me.
Affetto banane, spalmo creme al caramello salato e al cioccolato fondente. Pianifico cottura zucchine per pranzo. Oggi risotto.
C’è il bagno da pulire, ci sono calzini spaiati ovunque e ormai ho perso le speranze di ricreare le coppie, quindi addios, buttiamo tutto e diamo una bella passata con la scopa al vapore.
Il sole, si diceva.
Illuminava il mio tagliere bianco mentre schiacciavo lo spicchio di aglio e cubettavo le zucchine con il mio coltellaccio.
La pioggia della notte alla fine ha portato afa e perplessità.
Ed è stato il mix di tutte queste cose – l’odore di aglio misto al caldo, lo sgrassatore al profumo di sapone di marsiglia, la moka che gorgoglia, il sudore che si forma dietro al collo mentre mescoli con il mestolo di legno- che mi ha fatta balzare indietro di qualche lustro, a pomeriggi caldissimi di fine luglio o di inizio agosto.
Ho risentito nello stomaco una sensazione di emozione, gioia difficile da contenere. Ho risentito nel naso il profumo del sugo al pomodoro e basilico e quello della pelle di mia madre, dei suoi capelli. Il mio letto rifatto alla perfezione, con le lenzuola fresche di bucato e un pigiama piegato sotto al cuscino. In camera nessuna luce, di giorno le tapparelle si tenevano abbassate per arginare il picchiare del sole, costante in estate, sulla facciata di un appartamento esposto a sud.
Era il giorno in cui rientravo dalle vacanze al mare, giorno che aspettavo dal momento in cui partivo.
Il giorno in cui accostavo l’avambraccio scurissimo a quello di mamma, chiaro e morbido, e la prendevo in giro.
Il giorno in cui lei apriva la valigia pronta a sgranare un rosario di lavatrici, stendini pronti ad accogliere costumi, magliette e vestiti, arrivati dal mare e per buona parte destinati a un’altra valigia, quella più sospirata, quella che ci portava a San Vigilio.
Non so se siano state le zucchine trifolate, il caldo o il fatto che aspettavo con calma e amore il rientro di Giorgia dalla sua breve vacanza dai nonni, ma mentre ascoltavo canzoni di qualche anno fa con le mie adorate nuove cuffie, sono stata catapultata indietro nel tempo.
Quando arrivavo sul portone accompagnata da mio padre, suonavo il campanello, il primo in basso a destra, con il cuore il gola per la voglia di rivedere mia madre, che mi diceva: “Arrivo”, come se ci fossimo viste due ore prima.
Scendeva a piedi, indossando un abito fresco e colorato, i capelli spesso raccolti per contrastare l’afa della città e il caldo buttato su senza ritegno dall’asfalto che circondava il nostro condominio.
Mi abbracciava velocemente, pronta a prendere la mia valigia, qualche borsa che mi accompagnava durante i viaggi, e io con lo zaino sulle spalle e la voglia di fare una doccia per lavare via la fatica, la salsedine che ancora mi sentivo addosso, la guardavo come se fossi tornata al mio porto sicuro.
Salutavo mio padre, poi lei e io salivamo in ascensore.
Da lì a qualche settimana la stessa scena si sarebbe ripetuta al rientro dalla montagna, con uno stato d’animo che più diverso non poteva essere.
In quel momento però il rumore della porta che si chiudeva alle mie spalle e della zip della valigia che si apriva, per me, era come sentire le campane del paradiso.

Io mi mangio un panino

Il salvacena in quel di Giavera sono spesso i toast. Filippo mangia tutto. Io li mangio quasi solo con il formaggio. Manuel fa scopa con Filippo. Giorgia mangia solo il prosciutto. Lascia anche il pane. Che mangio io.

Mentre ieri sera preparavo i piatti, mi è tornata in mente quella sensazione di gioia legata alle gite, soprattutto quelle delle elementari.

Quel momento in cui la mamma ti chiedeva con cosa volessi i panini.

Ed era il momento di gioia legato al panino con il salame ungherese, fatto con il pane bianco da tramezzini.
L’estathè al limone, cosí pieno di zucchero che povere maestre, a gestirci tutti in ipereccitazione da saccarosio.
E le merendine piene di olio di palma, di grassi idrogenati. Le caramelle e i brick di succo di frutta.
Il cappellino calato sulla testa, e speriamo che non piova.

Che meraviglia.

Quella purezza legata all’emozione del viaggio, magari in treno. Sedersi vicini all’amico del cuore. E magari avere anche la macchina fotografica con il rullino per fare foto orrende che però conserveremo per tutta la vita.

L’eccitazione prima della partenza, faticare ad addormentarsi la sera prima.

Chissà se anche i miei figli proveranno le stesse cose, o se le dinamiche legate alle nuove generazioni, più abituate a spostarsi, a muoversi, toglieranno loro la magia di queste esperienze. Io spero tanto di no.


Scagli la pietra chi è senza peccato

Siamo tutti molto virtuosi nelle nostre vite.
Ascoltiamo Vivaldi, leggiamo solo saggistica edita da case editrici di nicchia, testi rilegati a mano da anziane donne lusitane ipovedenti, guardiamo film vietnamiti sottotitolati in greco antico (da leggere con pronuncia itacista). Mangiamo cibo etnico, compriamo tessuti raffinati ed ecosostenibili.

Chi più, chi meno.

Ma tutti nel nostro profondo (ma neanche tanto profondo) abbiamo i nostri peccati da superficialotti.

Tipo, che so, guardare Uomini e donne, magari in replica.

Oppure mangiare il gelato del supermercato direttamente dalla vaschetta.

O leggere i giornali di gossip e non solo dal parrucchiere.

Io di questi peccati ne commetto parecchi.

Tipo.

Impazzisco per i film per adolescenti. Netflix mi regala certe gioie da questo punto di vista che non so descrivere. Le notti insonni passate a guardare e riguardare The kissing booth si sprecano.
Idem i film sul ballo. Potrei descrivere la scena finale di Step Up 2 anche mimandola.

Spesso leggo romanzi rosa della nuova generazione, uno step oltre l’Harmony. Soprattutto quando sono stanca di testa, quando ho voglia di leggerezza, ne scarico due o tre e li finisco in una settimana.

Mangio le patatine dal sacchetto e il gelato dalla vaschetta con il cucchiaio grande.

Quando sono giù giro per casa con il vaso di burro di arachidi salato e via, cucchiaiate da un etto.

Seguo Chiara Ferragni su Instagram.

Ho l’ufficio pieno di cancelleria a tema unicorno rosa. E pure l’ombrello.

Ho la fissa per i jeans strappati. Sarà colpa di Eddie Vedder e del grunge.

Perché non si può sempre essere seri e, lasciatemelo dire, con il bastone nel didietro.

Ogni tanto è bello anche svaccare, e svaccare di brutto.

Intanto qui piove, ancora, incessantemente.

Corro dal burro di arachidi.

Come il coro delle sirene di Ulisse mi incatena

Mia mamma dice sempre che è l’album che le ricorda l’anno in cui sono nata.

La voce del padrone del Maestro Battiato è stato pubblicato 40 anni fa. E rimane per me uno dei capolavori assoluti della musica italiana.

Oggi il Maestro se n’è andato. Ha spostato il peso della sua anima da un’altra parte, dove sarà ancora splendido sentirlo parlare, cantare. Comporre.

In tutti quelli che lo hanno amato in ogni passo del suo percorso oggi si è spezzato qualcosa. Nel mio caso, ho visto volare verso il cielo come carta velina bruciata un altro pezzo della mia infanzia.

Appena ho letto il messaggio di Ilaria che mi dava la notizia, lo stomaco si è chiuso per un attimo. Non ci volevo credere, perché quelli come Battiato non possono morire, sono eterni come il Colosseo o la Pietà di Michlelangelo.

Invece lo hanno voluto altrove. E hanno fatto bene, perché era un qualcosa di talmente effimero, prezioso, complesso, potente che forse qui non ce lo siamo mai meritato appieno.

Grazie per ogni minuto della vita che hai passato facendo qualcosa di meraviglioso.

Grazie perché chiudo gli occhi e vedo la musicassetta consumata da me e mia madre, con te seduto in copertina, con gli occhiali da sole neri e le gambe accavallate.

Ti avrei voluto qui all’infinito.

Grazie Maestro.

L’amore per te

Notti insonni, occhiaie perenni, testa piena.
La diastasi addominale, i capelli non curati, il senso di inadeguatezza.
L’avere il cuore fuori dal corpo, e i pensieri proiettati in avanti.
La pace in un abbraccio, calzini che si spaiano, disegni attaccati al frigo.
Scarabocchi sul muro, macchie di frutta, vestiti che diventano piccoli in due mesi.
Scarpe slacciate, giocattoli in disordine, pastelli spuntati.
Ditate sui vetri, cioccolato sulle guance, abiti stropicciati.
Lucine notturne, risvegli, sciroppo dato con promesse del premio.
Preoccupazione, ansia, sollievo.
Baci morbidi e un po’ bavosi, manine che accarezzano, “ti voglio bene” detti con sincerità assoluta.

Questo è essere mamma, questo è avere figli.
Amare senza fiato qualcuno che ti sei portato dentro per un bel carico di mesi, arrabbiarsi come mai nella vita, perché proprio da questo amore infinito scaturisce una serie di sentimenti quasi opposti che solo un figlio riesce a provocare.
Sbuffare a ogni lavatrice, imprecare sulle macchie di colore che non se ne vanno, scuotere la testa per l’ennesimo malanno, soffrire per i dispetti e arrabbiarsi per i capricci.
Fare pace con un abbraccio. Ridere insieme leggendo un libro con le voci sceme, giocare con le macchinine distesi per terra che a fare i composti e gli impettiti avranno tutto il tempo del mondo.

Essere figli, cosa significhi, lo si capisce tardi.
Lo capisci bene quando sgridi tuo figlio e usi le stesse identiche parole che venivano rivolte a te.
Lo capisci quando dopo una giornata di quelle dove ti chiedi come ci sei arrivata, a sera, viva, e senza aver investito nessuno a caso per strada, o con il carrello della spesa, vorresti solo tornare a quando la sera era divano, gelato e Grey’s anatomy con la tua mamma, il porto più sicuro del mondo.

Quindi auguri alle mamme.
Fatevi festeggiare, ve lo meritate.
E se avete la fortuna di essere ancora figli, siate grati. Perché il dono della vita di cui si parla tanto è solo una minuscola parte di tutto quello che una madre ci regala nel corso della sua e della nostra esistenza.

E per chi non è mamma, non importa. Non esserlo non rende una donna una persona peggiore, nonostante il clima da medioevo che serpeggia, pesante e denso.
Figli invece lo si è per sempre, è questa la vera, grande fortuna.

Tanti auguri a te

Ti amo di un amore che non so spiegare.
Hai scalpitato per venire al mondo, e il momento in cui sei nato è nella mia testa, indelebile.

Il tuo naso perfetto, i tuoi capelli biondi che crescono in tutte le direzioni.

Quelle mani ancora un po’ morbide, ultima traccia del tuo essere piccolo.

Ma oggi compi tre anni e io ancora a volte ti sento scalciare nella pancia, in quel punto preciso dove colpivi come un cecchino del calcio, sotto le costole, a destra.

Non mi hai fatta dormire una notte intera da quando sei nato e per questo mi vendicherò quando sarai adolescente e la domenica mattina vorrai dormire fino a tardi, ma qualcosa mi dice che visto che mi somigli un po’ in tutto, anche nell’abitudine di svegliarsi presto ed essere iperattivi da subito, non mi darai questa soddisfazione.

Sei baci morbidi e abbracci che levano il fiato, sei risate, brutti risvegli, tosse sei mesi all’anno se non di più, felpe luride e ossessione per i dinosauri e per Spiderman.

Sei quello che vuole la pizza con le patatine e würstel e poi mangia tutte le verdure grigliate della mia.

Sei yogurt e smarties a tutte le ore del giorno.

Sei il pagliaccio di casa.

Sei la metà del mio cuore.

Buon compleanno, cucciolo mio.

You’re my sunshine

Sabato pomeriggio, non mi leggerà nessuno ma ho bisogno di infuocare un po’ i tasti di questo computer, è il mio modo di sfiatare la valvola della mia personale pentola a pressione.

Si parla di amicizia.

Domani faccio le pizzelle fritte ma siamo ancora in zona arancione e non ve le potete mangiare. Spiace.

Amicizia, dicevamo.

Per me è una parola sacra che per certi aspetti va quasi oltre l’amore. Di amici, veri, ne ho pochissimi. Forse non arrivo a cinque.
Poi forse il problema è mio, che per amico intendo qualcuno cui metterei tutto in mano senza pensarci. Quelle anime affini che incontri, riconosci subito, passano gli anni e nulla cambia.
Poi ho decine di conoscenti e di persone che si possono collocare in tutte le tacche intermedie che si posizionano tra il “da qualche parte quello l’ho già visto” e, appunto, l’Amico con la lettera maiuscola.
Forse perché in 40 anni di vita ho preso un bel po’ di sberloni da persone di cui avevo iniziato a fidarmi e ora invece concedo me stessa con il contagocce, pure meno.
Perché è stato più amico per me il Pino con le sue zampe corte e i suoi occhi profondi che tanti bipedi dotati, ahimè, del dono della parola. Soprattutto quella detta dietro le spalle.

Le vite si intrecciano, cambiano. Difficile mantenere i rapporti quando si cresce, si cambia. Basta una scuola diversa, un percorso di studi. La vita che si sceglie di fare.
Non ho mai fatto parte di quelle compagnie che stanno insieme dalle elementari fino ai nomi sulla corona funebre, anche perché di solito quelli sono legami, da quello che la mia esperienza mi ha portato a vedere, più maschili. Il cameratismo. Le donne che vanno e vengono.

Mi affeziono, purtroppo, anche piuttosto facilmente. Le anime strane, i fragili. Tutti miei.
Ma non mi fido. Praticamente di nessuno.
A fare due conti, penso ci sia solo una persona con la quale mi sento libera di parlare di tutto, anche degli angoli più neri della mia anima, e ultimamente l’ho abbondantemente fatto e nonostante tutto ancora ella mi parla (Vera ti amo).

Non so se sono io però che con questo mio atteggiamento granitico mi precludo cose belle, o se invece, semplicemente, mi tengo strette solo le certezze di cui ho bisogno arrivata nel mezzo del cammin di questa vita (che l’età media si è un po’ alzata).

Buon week end, che il giallo sia con voi.

Ti lascio il mio inno

Ieri pomeriggio sono dovuta tornare alla mia città natale purtroppo non per motivi piacevoli (anche perché il DPCM in corso d’opera non me lo avrebbe comunque permesso) ma se non altro ho potuto incrociare rapidamente la mia mamma, e in questo periodo è come prendere una boccata d’aria fresca dopo essere stati chiusi tante ore in una stanza senza finestre. Dovrei essere io l’appoggio per lei, e invece siamo sempre al contrario.

Ma non è di questo che mi va di parlare. Nel tragitto che da Treviso mi ha riportata verso le colline giaveresi, mi sono goduta un tramonto dorato ascoltando pezzi a caso della mia lunghissima playlist di Spotify.
E come mi succede spesso, soprattutto se in auto sono sola, ci sono pezzi che a distanza anche di molti anni provocano sempre le stesse sensazioni, evocano sempre le stesse immagini.

Rain dei The Script, per tutta la vita, mi ricorderà il primo viaggio a San Vigilio con Giorgia. In una mattina partita malissimo, con la batteria dell’auto andata e i bagagli già caricati da ore, siamo arrivati in un pomeriggio di sole sulle note di questa canzone un po’ malinconica che però, appena parte, mi teletrasporta in un attimo sulla strada che da San Cassiano, tra una curva e l’altra, porta a Longega e poi a San Vigilio.

Ma che discorsi di Daniele Silvestri invece mi catapulta a Roma, in una afosa estate di tanti anni fa, mentre passeggiavo per Trastevere arrabbiata perché non avevo potuto mangiare la crostata con le visciole dopo essermi uccisa di tonnarelli cacio e pepe nonostante i seimila gradi.

1973 di James Blunt è Milano, monolocale di Silvia in quel di Viale Monza. Ci stavamo a malapena, in due, in quella casa. Ci stavamo preparando per uscire a fare festa sui Navigli, sabato sera, 15 settembre. Al mattino avevo comprato l’album di James in una storica libreria del centro, e mentre mi facevo la doccia nel minibagno, ascoltavamo quel pezzo in loop.

Piazza Grande mi riporta bambina, sempre ai miei viaggi in montagna. La ascolto e mi sembra di risentire l’odore degli interni della GTV dei miei.

Lasciala andare di Irene Grandi e ho il sedere sui gradoni dell’Arena di Verona, Festivalbar 2005. Un vecchio Sony Ericsonn in mano, un numero composto poco prima che la canzone partisse, e la chiamata chiusa senza dire niente sullo scrosciare degli applausi.

Di recente mi tocca dire che La canzone nostra di Mace, Blanco e Salmo mi ricorda che Manuel mi ha portata fuori a pranzo a San Valentino perché ancora si poteva. Era il primo pranzo che facevamo io e lui, da soli, fuori, da prima che nascesse Giorgia. Anche se ero triste perché avevo dei capelli orribili.

Filarono all’unisono

Ciao, mi chiamo Lisa, ho 39 anni e ho un disturbo certificato di ansia sociale generalizzata.

L’ansia sociale cos’è. È la paura di stare in mezzo agli altri, di agire di fronte alle altre persone per timore di venire giudicati negativamente. L’ansia sociale è la paura di far vedere agli altri la propria ansia di fronte a essi, di arrossire, di balbettare, di sudare.

L’ansia mi ha portata, spesso, e ancora mi porta, ad avere crisi di panico.

Gli attacchi di panico sono una delle cose più brutte che mi sia mai capitato di vivere.
A volte sorrido quando ne sento parlare con leggerezza da chi li confonde con un momento di difficoltà breve e passeggero (“non trovavo le chiavi di casa e mi è venuto un attacco di panico”).

No.

L’attacco di panico ti fa vedere nero. Ti paralizza le gambe. Non parli più. Ti viene da vomitare e ti gira la testa. Non ti ricordi come si respira. Lo stomaco si stringe, e si dilata. E ti viene così, senza un motivo apparente, mentre sei al supermercato, mentre al mattino guardo l’armadio decidendo se indossare i jeans azzurri o la gonna nera. Mentre stai guidando. Alla fermata del bus.
Le mani sudano, gelano. Tremi.

Poi passa. E non sai quando e se te ne verrà un altro. Ma sai che ci puoi lavorare per evitare di averne ancora. Devi trovare forza, e devi trovare aiuto.

E la parte difficile è questa. Non è rialzarsi e regolarizzare il respiro quando ti sembra che un elefante abbia deciso di sedersi sul tuo petto. Quello è il picco, il momento peggiore, l’apice del male.

La parte difficile è accettare, e far accettare a chi ci sta intorno le nostre fragilità. Il far capire che “Stai calma”, “Non ci pensare”, “Ma possibile che tu sia sempre così nervosa” non aiutano. Anzi. Peggiorano.

Credo che la frase “Un bel tacere non fu mai scritto” l’abbia inventata uno che soffriva di attacchi di panico.

Perché questo post, perché oggi?

Perché troppo spesso ci viene chiesto di essere sempre forti e al di sopra delle nostre possibilità, di non mostrare mai la debolezza agli altri, di farci carico solo del male altrui perché è così che ti insegnano a catechismo.

A volte però si va in pezzi. Ed è naturale, succede. Non dovrebbe, ma capita. Rialzarsi da soli è fattibile ma ci si riesce una volta, forse due. Poi c’è bisogno di una mano cui aggrapparsi.

Perché oggi? Perché stamattina ho avuto un attacco di panico mentre ero indecisa se indossare i jeans o il vestito bianco e nero che alla fine ho scelto. Il mio subconscio lo sa perché è successo, ma pure il conscio, e ci ho provato in tutti i modi a bloccare la paura e l’ansia che questa giornata si trascina dietro da giorni. Ma sono state tutte e due più forti di me e stamattina mi hanno battuta, mentre mio figlio, fortunatamente ignaro, pensava che stessi facendo finta di dormire e guardava beato la scimmia George, accoccolato accanto a me. Salvandomi dal momento.

Ergo, non abbiate paura di essere fragili. Ma soprattutto, non abbiate paura delle persone che lo sono.

Liz

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