I want a ticket

Chi vive nel passato è depresso, chi vive nel futuro è ansioso.

Così ho sentito dire. La ricetta per la felicità è vivere il presente.
Ci pensavo ieri mentre aspettavo le pizze. In fondo è talmente semplice che non farlo farebbe sembrare stupido chiunque. Affronti le giornate come vengono, perché sul futuro non hai controllo e sul passato non hai potere.

Alzarsi al mattino, fare la colazione, cercare di mantenere la sanità mentale, gestire il viaggio verso il lavoro senza troppa tensione perché chi troverai per strada non dipende da te. Se sfalciano l’erba prima dello svincolo che ti porta in ufficio, sorridi e alza il volume della radio.

Sembra facile, sembra banale. Però non lo è perché abbiamo sempre l’occhio all’orologio, il piede che scalpita sul pedale dell’acceleratore, il pensiero a quello che dobbiamo fare oggi, domani, dopodomani, e la zavorra di quello che non abbiamo fatto ieri.

Però io dico che allo stesso tempo il futuro può essere anche aspettativa. Speranza? Perché no.

E il passato è una certezza, soprattutto per quanto riguarda i ricordi.

Ieri sera annusando l’aria che annunciava il cambio di temperatura, con la mia maglietta dei Nirvana e le Birkenstock nuove (sì, sono arrivate), ho finito di svuotare la vecchia, catatonica Punto.
Oggi sarebbe passato il carroattrezzi per venirla a recuperare e vedere se c’è qualcosa di salvabile per farla tirare avanti almeno fino alla fine dell’estate, ma essendoci anche la possibilità di doverla lanciare, non potevo lasciare nulla al suo interno.

Giocattoli dei bimbi nascosti sotto i seggiolini, briciole di pane ancorate ai tappetini. Nel bagagliaio, sotto a uno scatolone di vecchi abiti da portare in discarica da un po’, una vecchia ecografia di Giorgia, forse sfuggita dalla cartella di nascita.

Qualche pelo del Pino. Eravamo in macchina insieme l’ultima volta in cui l’ho visto ancora apparentemente vispo e vecchio, e poi se n’è andato.

Quando ho chiuso a chiave la porta, ho rivisto in quel catorcio vecchio e malandato tanti momenti belli e unici della mia vita recente. È stata la mia prima macchina, lo è tuttora. La macchina con cui ho iniziato ad andare in giro con Giorgia nell’ovetto, agganciata al sedile anteriore ascoltando la musica da una cassa bluetooth.
È la macchina con cui mi sono fatta tutti i miei giri di visite durante la gravidanza di Filippo. Ricordo bene il penultimo monitoraggio quando ho parcheggiato lontano dall’ospedale con la valigia già pronta sul sedile posteriore, certa che mi avrebbero ricoverata perché all’ultimo controllo, il farabutto nano si era messo di traverso dentro la pancia.

E i viaggi con entrambi, per farli rilassare e magari addormentare.

La macchina che era di mio nonno.

Era solo una macchina, è solo una macchina, che ora ha lasciato un posto vuoto nel parcheggio sotto casa per la gioia di quelli del ristorante.

Magari tra un mese torna indietro per regalarmi un’ultima estate insieme, la sesta.

Magari no.

Staremo a vedere, se sarà destino creare ricordi nuovi con una cosa vecchia o cercare qualcosa per realizzare nuovi momenti da vivere.

Con le mani sporche di allegria


C’è un meme che gira, e che ha effetto su di noi un po’ vecchiotti ma che in fondo ci sentiamo giovani dentro. Quelli che oscillano tra il ’75 e l’85, per capirci.

Il meme recita più o meno così: “Un giorno hai usato MSN per l’ultima volta e non lo sapevi”.

E in effetti è davvero così. Ci ho pensato parecchie volte alla mia ultima connessione su MSN, e poteva essere o dal vecchio ufficio, dove lo usavo anche per scrivere al mio titolare nella stanza accanto, oppure da casa, per parlare con Silvia che era già a Milano da un po’.

Non me lo ricordo.

Questo arrovellarmi però ha fatto scaturire dei pensieri a cascata sulle persone che ho visto un giorno per l’ultima volta e non avevo idea del fatto che non le avrei più incontrate. E succede più spesso di quanto pensiamo, perché diamo spesso per scontato di avere a disposizione tempo illimitato come i giga della connessione dati. O perché per istinto di conservazione non annoveriamo nel ventaglio delle possibilità che possa accadere qualcosa che si opponga a un banale: “Ci vediamo”.

Sto pensando a mio nonno, per esempio.
L’ho visto l’ultima volta in inverno, seduto sul divano a casa di mia mamma, che si sforzava di capire i discorsi confusi e deliranti di mio figlio in merito a dinosauri e monster truck.
Stava bene, con il suo bastone accanto, e il caffè appena bevuto.
E poco dopo, un giorno, non si è svegliato più.
Tutto sommato preferisco che sia andata così. Egoisticamente mi piace avere l’angolo della testa occupato da un’immagine di lui sorridente e in salute.

Questo è uno di quei casi dove non c’è soluzione se non nei ricordi.

Poi la vita riserva sorprese dietro a ogni angolo, quindi finché ogni mattina apriamo gli occhi e riusciamo a tirarci su dal letto con le nostre forze, tutto può accadere.

Però ripenso ai tanti amici della montagna che non vedo da non so quanto, tipo Susanna, che mi manca e vorrei abbracciarla forte e accarezzare i riccioli del suo piccolo tesoro dagli occhi grandi che ho visto solo in foto.

Ripenso ai compagni di università con cui ci eravamo ripromessi di ritrovarci periodicamente, e che invece ho abbracciato nei corridoi dei Rizzi a Udine nel lontano 2005 e chi li ha visti più.
Certo, i social aiutano a livellare le distanze e a colmare qualche mancanza, ma da vecchia nostalgica, seppur misantropa e sociopatica, mi mancano le voci, le espressioni dei visi, la gestualità.

Mi mancano gli amici di Udine, rivisti quando Filippo era un segreto per tutti e non servivano nemmeno abiti larghi per celare rotondità sospette. E al tempo non bevevo nemmeno tanto quindi la rinuncia al bicchiere di vino passò inosservata.
Ma era settembre del 2017 e da allora, nonostante propositi e intenzioni spesso annientati dal covid, non ho più rivisto Selena, Rosanna, Cristian.
È seccante vedere le occasioni scorrere tra le dita e il tempo scivolare lento e inesorabile come un fiume verso la sua foce. Guardiamo i ponti, disegniamo progetti di zattere o canoe, a volte ci sentiamo come Tilda Swinton ne Il curioso caso di Benjamin Button e il fiume vorremmo pure attraversarlo a nuoto. E poi niente. Si rimanda a quando farà più freddo, o più caldo, a quando i bambini non avranno il raffreddore, al fine settimana dopo che questo c’è la spesa grossa da fare.
E rimaniamo tendenzialmente soli nella nostra quotidiana socialità fasulla, fatta di incontri e non di rapporti, di conoscenti e non di persone.

Conosco virtualmente la Vera da tantissimi anni e ogni anno ci dobbiamo incontrare a Verona. Mai fatto.

Certo, nonostante tutto la considero una delle persone su cui metterei entrambe le mani sul fuoco e negli anni me ne ha dato ben donde. Però vorrei bermi lo spritz che da anni voglio godermi con lei e il suo accento fotonico, il suo cinismo che va a nozze con il mio, il fastidio generalizzato che ci ha rese quasi sorelle.

Sto cercando di non farmi avvelenare dal mondo e da ciò che mi circonda, considerando un raggio di azione molto più piccolo. Non è facile, perché non sono sola e la paura di notte viene sempre a mettermi una mano attorno alla gola, in una girandola di ansie che a turno l’hanno vinta su di me e rovinano le albe d’estate.

A volte ci si deve violentare un po’ e lasciare la pigrizia sul divano al posto nostro, e come sabato sera, alla pista di motocross, incontri amici che non vedevi da tempo e ti spupazzi Lorenzo di sette mesi, due occhi da paura e un sorriso irresistibile, provocando moti di gelosia in Filippo da premio Oscar.
Si deve pensare a cosa ci piace fare e non solo a cosa si deve, o si dovrebbe, o a cosa gli altri si aspettano che facciamo.
Tanto non saremo mai all’altezza delle aspettative altrui, mai. Le asticelle si alzano in continuazione.

Quindi tanto vale allacciarsi le scarpe e andare

Ho bisogno di te almeno un’ora

Ho acceso il climatizzatore. Ho resistito a maggio appellandomi a un principio stagionale che mi impediva di pulire i filtri prima di un abbozzo di estate, ho dormito con le finestre aperte e ho fatto venire la bronchite a mezza famiglia.
Oggi no. Oggi mi sono arrampicata, ho lavato, disinfettato, sgrattellato, sciacquato e finalmente acceso.
Ascolto Michele Bravi in cuffia, è stata una giornata produttiva.

Ho anche fatto e mandato via il 730.

Bevuto la birra a pranzo guardando un film per 15enni di quelli che mi concedo quando sono a casa da sola e il silenzio, dopo un po’, diventa pesante.

Ma tra un vetro e l’altro, passati con rabbia ripensando alla paura della tempesta di qualche notte fa, tra una spruzzata di sgrassatore e una botta di candeggina ho pensato a discorsi fatti stamattina mentre maledivo di non aver ancora ricevuto le Birkenstock nuove ordinate un po’ di tempo fa.

Ho pensato a questa mia ossessione del voler fare tutto da sola, del dover rendere conto solo a me stessa, come se il mio mondo dipendesse solo da me. Condizione che con i figli è peggiorata, e molto, soprattutto con Filippo che compensa le mie paure con un amore così grande che a volte, giuro, mi spaventa.

Il lavoro che facevo prima poi assecondava questo mio delirio, essendo da sola a fare il giocoliere a tenere tutto in aria per evitare lo schianto che poi, ovviamente, si è verificato.

E io resto così. Con la testa a mille, come se camminassi sempre controvento, come se fossi il capitano di una nave perennemente in tempesta. Solo che spesso il sole c’è e io non lo vedo perché ho la testa bassa, il muso duro e, come si dice dalle mie parti, “a bareta fracada”.
Il mondo va avanti e io resto sempre indietro.

Tutto questo perché? Perché sono stata cresciuta da una donna che ha vissuto nella tempesta, da sola, e che non ha pace nemmeno ora che dovrebbe solo godersi la risacca del mare della vecchiaia che arriva, lenta, soffice.

Se provo ad aggiustare gli elettrodomestici da sola, se sono caldaista per vocazione e idraulico per necessità lo devo a lei. Lei che cambiava le spine ai phon e sistemava le tapparelle come se non avesse fatto altro nella vita.
Lei che di fronte a un problema respirava profondamente e poi lo risolveva.
Ma forse ne ha visti troppi, ne ha affrontati tanti, e non l’hanno resa più forte ma l’hanno fiaccata nello spirito e nel fisico perché nessuno resiste per sempre.

E cosa si fa? Ci si aggrappa ai momenti. A volte vorrei essere Kim Kardashian con tutto il suo culo finto e non avere un pensiero nella vita se non quello di liberarmi di Kanye West che mi è sempre sembrato un coglionazzo. Vivere giornate, mesi interi senza problemi quotidiani, tipo le bollette, l’assicurazione della macchina, la scuola dei bambini, le visite di controllo, la paura di quello che può succedere ancora dopo i due anni appena trascorsi, dove avere speranza voleva dire essere complottisti, e provare a non avere paura equivaleva a diffondere terrorismo.

Solo che non sono Kim o Paris o quella gente là.
Sono io con la maglietta degli Stones, i capelli per aria, i piedi scalzi perchè le Birkenstock, dicevo, non sono arrivate.
E oggi mi sono goduta piccoli momenti che domani mi permetteranno di affrontare un venerdì travestito da lunedì con l’ufficio a regime ridotto.

Mi sono goduta la pasta con le patate senza subire continui furti da parte di Filippo.
Mi sono goduta un filmetto.
Sono stata con mia mamma, la donna di cui sopra, per qualche ora, a guardare vecchie foto, a pensare a cose belle, successe tempo fa, a parlare dei bambini, a scambiarci vestiti e provare profumi. E pensare di fare comunque una piccola fuga in montagna anche se avevo giurato che quest’anno proprio no. Ma con un ferragosto che cade di lunedì sembra quasi un invito a nozze.

Ora attendo il ritorno della famiglia, pensando che non ho voglia di preparare la cena, che ho ancora le cose da sistemare in giro per la casa tra cui la scala in mezzo alle palle in corridoio, e devo ancora mettere le lenzuola pulite sul letto di Giorgia.

Vado va’.

Controvento.

At home behind the sun

Ieri cercavo un benzinaio dal quale non farmi proprio proprio rapinare, il tutto mentre i miei figli, in iperglicemia da gelato Nuji gentilmente concesso dalla nonna, si lanciavano le scarpe dai seggiolini posteriori.

Rischiando di finire come sempre in riserva, mi sono arresa alle folli tariffe del carburante, e mentre, miracolosamente, azzeccavo la posizione della pistola al primo colpo, ho realizzato che ci sono sogni nascosti nei miei cassetti che non spolvero da tempo.

Non so come mai mi sia venuto in mente osservando i 20 euro galoppare sincopati sul display della pompa di benzina. Saranno gli ottani? Quell’odore chimico e buono che rimane sempre lo stesso negli anni, non come le merendine del Mulino Bianco che sono diventate microscopiche e pure insipide.

A ogni modo, risalita in auto in un afoso tramonto, poco affascinante, ho pensato a tutte le cose che alla luce dei miei 41 anni ho pensato che vorrei avere o vorrei fare.

A stretto giro, tornare a Venezia e portarci o bambini, soprattutto Filippo che ancora non ha provato l’ebrezza di salire in treno.

Andare a una mostra, e quella sul Canova a Treviso sembra cadere a fagiolo.

Comprare una casa con un po’ di giardino, ma temo che questa resterà un’idea abbozzata a matita sulla tovaglietta di carta. Troppe incertezze, e troppo vecchia per un mutuo 😂.

Volevo anche tingermi i capelli, ne vedo sempre di più di bianchi, nello specchio del bagno dell’ufficio. Il mio parrucchiere mi ha suggerito di cambiare bagno.

Tornare a Roma, andare a Firenze, vedere Sirmione.

Fare una bella sorpresa a Giorgia per il suo compleanno.

Insegnare ai miei figli a fare le foto, ora che hanno una macchina fotografica ciascuno e non si picchiano quasi più.

Avere un vaso con degli Iris.

Decidere se abituarmi a questo corpo abbondante e mollo godendomi il buon cibo senza rimorsi o impegnarmi per tornare alla forma che avevo poco tempo fa.

Liberarmi dei fantasmi di un passato che mi seguono più della mia ombra, che almeno quella al buio ha la decenza di non farsi vedere

Più di tutto, ricevere buone notizie in merito a una situazione.

Ora vado a fare le friselle, che ieri ho abbandonato il progetto per mancanza di pomodori consoni.

Che poi non lo so neanche bene io

Un’altra festa della mamma. Disegni, coccole. Baci morbidi e auguri sinceri. Telefonate e messaggi.
Rimangono sempre i piatti da lavare, e le lavatrici da imbastire, il tutto con l’asciugatrice che ieri sera ha deciso di ricominciare a funzionare male. Rimangono le colazioni da preparare e le stanze da sistemare, con vestiti di quattro stagioni sparsi ovunque. Che non è vero che le mezze stagioni non esistono più, è che si presentano un po’ a cazzo durante l’anno, quando meno te l’aspetti, e solitamente quando sei vestito della mezza stagione opposta a quella che si palesa dopo che sei uscito di casa e non puoi più tornare indietro a cambiarti manco le scarpe.

Rimangono le paure ogni volta che li senti correre per casa, quando scivolano, si picchiano, si chiudono le dita nelle porte, pestano costruzioni che hanno lasciato in giro dopo aver passato tutta la mattina a sistemare HotWheels di qua, Duplo di là, Lego di su, animali in plastica di giù. Ma non serve a nulla, basta mezz’ora di tempo inclemente e tutto torna come dopo l’uragano del Mago di Oz.

Rimangono i nasi da soffiare e i pigiami sporcati dopo solo una notte di sonno.
Rimane il bagno da fare, con la paura dell’acqua negli occhi corredata da strilli da falco in caccia, schizzi fino alla parete opposta, impietosi riflessi nello specchio appannato di capelli che hanno bisogno di un taglio e un corpo che ormai ha perso la battaglia con la forma.

Perché è tanto bello essere mamma. Oh, quanto lo è. Quando Filippo mi si accoccola in braccio, appallottolato come un cucciolo, e mi pianta negli occhi uno sguardo rotondo pieno di bontà, amore incommensurabile e fiducia cieca, io sento che forse qualcosa di buono c’è in questa vita.
O quando Giorgia mi racconta cose, condivide con me i suoi sentimenti, le sue paure, qualche parte sbiadita dei miei 41 anni di affresco riprende tono e colore, ritrova energia e sapidità.

Ma è anche soffocante, e frustrante. E difficile.

Perché come fai, sbagli, e questo da quando ce l’hai in pancia. Poi arriva quel catartico momento in cui di quello che ti dicono gli altri inizi a fregartene prima che ti portino via dei gentili signori che ti donano una camicia con le maniche che si incrociano dietro, e riesci ad arrancare un po’ meno.

Poi vedi ovunque, e qui i social siano un po’ maledetti, visto il potenziale che hanno e come invece viene sfruttato, mamme perfette, in forma tre ore dopo il parto, che non perdono una notte di sonno nemmeno se provano a svegliare il pargolo pungendolo con gli spilli alle 4 di mattina. Che non concedono una patatina fritta, i cartoni, i Me contro Te, la musica dance con Alexa e i giochini di Peppa Pig che si trovano in edicola. Che Dio ce ne scampi. E tu che ogni mattina preghi che i jeans ti si chiudano ancora, che ringrazi gli dei perché, svegliandoti alle cinque e mezza ogni santo giorno che la natura manda in terra, sei riuscita nella miracolosa combo colazione-lavastoviglie-lavatrice-doccia-colazione bambini e a volte anche a truccarti, il tutto senza aver ucciso nessuno, ma magari lavandoti i denti con il sapone (successo una settimana fa) o dimenticando a casa telefono, chiavi o portafoglio con patente.

E le rughe, i capelli bianchi, la panza da tedesco con la scimmia all’Oktoberfest che ti fanno pensare che dovresti darti una sistemata che è vero che sei madre, che i 40 sono suonati da un anno, però un po’ di decenza.
Così ti metti i jeans e gli anfibi e le tshirt con i loghi delle rock band che da buona vecchia ami come se fossi nata a fine anni ’60, poi ti vedi riflessa nella vetrata di un pub e ti dici Ma dove cazzo vai che pari il dispenser di Amazon che trovi nei supermercati.

Ricominci a fare un po’ di pilates nella speranza, se non altro, di riacquisire una postura diversa da quella del gigante bestia di Attack on titans, ma il cibo, il prosecco, la birra e sto tempo di guano non aiutano a mantenere uno stile di vita sano, e senti che la trasformazione in Sora Lella ha preso il via e non sai se potrai fermarla.

Poi però guardo mio figlio con il profilo illuminato dal poco sole sbucato a una certa ora del pomeriggio e penso che tutto sommato mi è venuto fuori abbastanza bene, nanerottolo, ma belloccio. Lui mi guarda, mi chiede perché lo fisso e gli dico che è tanto bello.
“E Giorgia?”, chiede.
“Anche lei, tanto”.
“E papà?”
“Anche lui”.
“E tu?”
“Insomma…”
Occhi lucidi e delusione su un viso tondo di 4 anni.
“Ma mamma, io te lo dico sempre che sei bellissima!”.

E allora facciamocela andare bene, questa festa. Anche se sto perdendo la lotta con i moscerini della frutta che sono come gli influencer, ne fai fuori uno e ne compaiono seicento, anche se a casa ho più birra che latte, anche se stamattina i pancake che ho fatto potevo usarli come piattelli alle Olimpiadi.

Devo solo ravvivare qualche altro pezzo dell’affresco, qua e là.

Buona festa a tutte le mamme, quindi.

E a tutte le figlie che capiscono quanto sia difficile solo quando passano dall’altra parte della barricata.
Auguri mamma, per tutte le feste che hai passato così.

Shine Bright

Filippo è capelli morbidi che si arricciano sulle punte.

Filippo è naso all’insù.

Filippo è quello che mette tutto in ordine, pur avendo sconvolto la mia esistenza.

Filippo è il biberon di latte che ora è un ricordo, ma prima era una propaggine.

Filippo è mangiare broccoli ripassati e fagiolini in umido per merenda.

Filippo è tonnellate di yogurt.

Filippo è giocare a palla con suo padre.

Filippo è amore per Giorgia, venerazione e adorazione, e ogni tanto qualche dispetto.

Filippo è maglie di Hulk, maschere di Spiderman, mutande di Ironman. E animali di plastica e macchine, macchine, macchine.

Filippo è piedi scalzi, una volta morbidi, ora non più.

Filippo è mani grandi che accarezzano, braccia che stringono, labbra che ridono e danno tanto baci.

Filippo e i suoi ipercorrettismi, e i congiuntivi corretti che mi commuovono. Le parole sbagliate che non ho il coraggio di correggere, tipo camarelle, pododoro, phong.

Filippo è balli scatenati e musica dance.

Filippo è dormire nel suo letto, con la testa dalla parte dei piedi e le coperte appallottolate, la pancia scoperta e tante parole dette nel sonno.

Filippo è una parte grande del tutto.

Filippo sono 4 anni, oggi. Questo week end finalmente festeggerà come devono fare tutti i bambini e come non ha potuto fare negli ultimi anni.

Che sia per lui un fine settimana memorabile, come merita.

Auguri amore mio grande. Vado a ripetere a Giorgia che anche se compie gli anni a luglio è comunque più grande di te.

You got a fast car

Ho ricominciato a guidare.
Lavoro nuovo, si va in macchina. Per fortuna poca strada perché non amo stare al volante, ma almeno mi godo la radio, la musica. Non riesco ad ascoltare il Trio Medusa che tanto mi faceva ridere anni fa, nella mia precedente vita, quella prima dei figli. Ricordi di un’auto fa, di altre strade, persone belle e meno belle.
In sostanza non ascolto la radio ma Dio abbia in gloria l’inventore di Spotify e i cavi AUX, e via, di canzoni e nostalgia.

A volte però succede che entro in auto, soprattutto quando torno a casa, e la voglia di rientrare per abbracciare i bambini e pensare a cosa fare per cena sovrasta l’intenzione di lasciare il telefono fuori dalla borsa per essere attaccato al suddetto cavo. Così ascolto la radio, e riscopro che Radio Rai regala sempre perle a orari inconsueti e poco raggiungibili. Mi sono ascoltata il capitolo conclusivo del libro su Artemisia Gentileschi letto da un’attrice di teatro di cui, devo essere onesta, non ricordo il nome.

E ho pensato a quanto sia bello il teatro, a quanto sia bella la recitazione, a quanto mi manchi andare al cinema, cosa che ho amato fare da sempre, in compagnia ma pure da sola. La cosa bella di abitare a Treviso è che potevo uscire di casa e andare in sala a piedi, in centro. Oppure prendere la macchina per andare al cinema Edera a vedere quei film un po’ di nicchia, “snobbati” dalla distribuzione massiva. Mi manca commuovermi di fronte a un’interpretazione. Mi manca guardare un attore e meravigliarmi, emozionarmi.

Mi sono persa, quindi, nei ricordi delle scene più iconiche della mia raccolta personale di film.

Quando penso alla parola RECITAZIONE, senza esitare un istante la prima scena che mi viene in mente è tratta da La casa degli spiriti. Una scena in cui recitano insieme (solo a ripensarci ho la pelle d’oca) Meryl Streep e Glenn Close. Quest’ultima parla e piange, e l’altra le asciuga il viso con le mani. Penso di aver visto poche cose intense come quella. Anche il resto del film è poesia, ma quella scena è il sublime.

Altro giro altra corsa, Tom Hanks in Philadelphia, quando spiega a un comunque strepitoso Denzel Washington quello che sta ascoltando, e la Callas risuona, potente, in sottofondo. Anche qua, due cm di pelle d’oca.

Poche parole. Clint Eastwood. Million dollar baby. “Mo cuishle”.

Tutto Colin Firth ne Il discorso del re. Che poi, porca miseria, sempre interpretazioni in stereo. Lui da una parte, immenso nella sua incertezza, nella sua debolezza, nel desiderio di rivalsa. E Geoffrey Rush, dall’altra. Imperioso nel ruolo di comprimario.

Christoph Waltz in Bastardi senza gloria, nella scena del ristorante, al momento dello strudel. Dove ancora oggi non ho capito se Shoshanna l’aveva riconosciuta o no.

Ed Edward Norton nel suo monologo allo specchio diretto da Spike Lee, ne La 25ma ora. Penso di aver trattenuto il fiato per quasi tutta la durata della scena, alla mia prima visione.

Ultimamente la mia esperienza di film è decisamente ridotta. Molti cartoni, quello sì, e alcuni davvero molto belli (tipo “Luca” che rimane un capolavoro sottovalutatissimo), e molte serie tv, e anche qui si potrebbero aprire ampi discorsi di recitazione (per fare un esempio, Anne Hathaway nel terzo episodio della prima serie di Modern love, o la splendida Ann Taylor-Joy, immensa regina degli scacchi in Queen’s gambit), ma non è questo il momento.

Ho bisogno di cinema bello. Di film da due ore senza animali parlanti o The Rock che entra in un videogame (fantastico, comunque).

Lo metto nella lista delle cose da fare in questa nuova fase della mia vita in cui, udite udite, Giorgia ha ricominciato a dormire tutta la notte nel suo letto. Speriamo duri molto a lungo.

Quando piove sotto gli alberi non piove

Il primo di aprile è sempre stato sinonimo di sole. Il compleanno della mia nonna ha sempre riflesso in un cielo azzurro la sua risata cristallina. Oggi no, oggi nebbia e pioggia da sembrare novembre. Forse sta litigando con il nonno. O forse, riuniti, hanno capito che era meglio dare alla terra arsa un altro po’ di refrigerio.

In ogni caso, l’aria si fa nuova, fuori e dentro di me. C’è un cambiamento all’orizzonte, orizzonte estremamente vicino. Ho superato una paura, sono uscita dalla mia zona di comfort, ho affrontato i miei giganti non come Mikasa ma più come Armin (citazione che temo andrà persa, e se qualcuno l’ha capita per favore mi contatti) e ora apro la mano, e lascio che la polvere che stringevo nel pugno per abitudine, si dissolva con le gocce che cadono lente, sottili, dal cielo lattiginoso.

Non cambia niente ma cambierà tutto.

E non posso non ringraziare chi, in questo passaggio su rocce scivolose, mi ha tenuto la mano per farmi passare da una sponda all’altra del fiume delle opportunità. Grazie ai miei genitori che mi hanno appoggiata e spronata, grazie a Manuel, grazie a Ivan che è stato il miglior mental coach che potessi avere, grazie a Ilaria, Federica, Loni che hanno fatto il tifo togliendomi di dosso i sensi di colpa.

Mancano pochi passi, la sponda è vicina. Guarderò cosa ho lasciato con serenità, perché ho dato tutto quello che potevo e anche di più. Ovvio che non so quello che troverò, dall’altra parte, però non vedo l’ora di scoprirlo.

Prova ad avere un mondo nel cuore

Correva l’anno 2005, inverno, vacanze di Natale con i miei. Quell’anno sperimentai per la prima e quasi unica volta la sensazione del silenzio assoluto. Ciaspole in un fitto bosco reso bambagia dalla neve fresca e immacolata. Sentivo il mio respiro, sentivo il battito accelerato del mio cuore, e stop.

Per me che amo la musica a volume altissimo ma odio il rumore è stata un’esperienza che a volte tiro fuori dalla tasca per sperare di rievocare quel momento di pace e di assenza, sospensione. Ci riesco poche volte, forse non ci provo abbastanza.

E dovrei sforzarmi, invece. Perché è lì che risiede il mio posto sicuro. Nel silenzio. Che non mi fa paura ma anzi, mi rimette in equilibrio con il mio vero essere, che mi dà riparo da tutte le cose che mi spaventano e che mi fanno stare male.

Tipo chi urla. Chi alza la voce per niente. L’aggressività e la volgarità viscida di chi insulta. Chi attacca per difendersi alzando i toni. Perché le urla sono una parte brutta di ricordi che dovrei, arrivata alla mia età, edulcorare, di cui dovrei smussare gli angoli e grattare via le schegge con della carta vetrata a grana fine. E invece tornano, e mi influenzano, e quando qualcuno urla rabbioso io mi congelo, mi blocco, dilato le narici e spalanco gli occhi come un coniglio spaventato, e non reagisco.

Quando mi capita, sfinita, di alzare la voce con i miei figli, venendo meno a tutti i miei propositi e diventando per qualche istante ciò che temo, e rivedo nei loro occhi il coniglio che sono, sento in me il fallimento. Perché urlare e poi chiedere scusa non è come riuscire a controllare e incanalare la rabbia soprattutto su chi non si può difendere, e soprattutto quando lo si fa perché non si hanno altri strumenti per gestire la difficoltà del momento.

Sono le sei e sono sveglia da due ore. Sento i merli fuori che si raccontano cose, e le auto che iniziano a diventare numerose sulla strada. Il caffè è già un ricordo lontano, tra poco piedi una volta paffuti correranno lungo il corridoio, portando i loro proprietari a caccia di abbracci e biscotti.

Oggi mi prendo un altro giorno per avere paura. Poi basta.

Portami altrove

Come si evince facilmente dal tono funereo dei miei ultimi post, non è che stia vivendo i momenti migliori della mia esistenza. Matasse di problemi che non riesco a dipanare, la sensazione di annaspare in un mare torbido senza avere mai un secondo per prendere almeno una boccata d’aria prima che la prossima onda mi copra la testa, alta e compatta come un gradino di terra.

Però.
Sebbene il mio desiderio più grande, alle volte, sarebbe quello di chiudere tutte le imposte della stanza, sigillandole per non far entrare nemmeno una goccia di sole, e rimanere per almeno tre giorni avvolta nel piumone, uscendone solo in caso di necessità estreme, nonostante tutto mi alzo, ogni mattina, molto presto.

E cucino ragù alle cinque, carciofi alle sei e mezza, organizzo in una sinfonia che piace molto al mio fornitore di energia elettrica lavastoviglie, lavatrice e altri elettrodomestici con partenza programmabile.
Bevo il mio caffè in tazze enormi, annusando l’aroma ancora mentre sputacchia la caffettiera sul gas.

Stamattina poi mi sono rimessa a fare i pancake con le banane, cosa che mi ricorda momenti meno bui e nutritivamente più salutari rispetto ai biscotti con la nutella mangiati dal sacchetto, in piedi.
Il profumo del burro di arachidi mescolato alla frutta, il sole fuori. Un nuovo vaso di basilico sul balcone, regalo della mamma per rimpiazzare il povero Erminio Ottone che ci ha lasciati alla volta dell’autunno.
Questa nuova miscela di oli essenziali che profuma di bosco bagnato, che mi ha fatto tornare voglia di andare in montagna. Sì perché mi stavo facendo trascinare talmente giù che nemmeno le foto del Sasso della Croce mi facevano venire voglia di salire in macchina e almeno scappare.

Tutto perché ho un treno nella testa.
Uno di quelli che ancora non so se passerà. Al momento è comparso nella tabella degli orari, è in viaggio tra la prima e la seconda fermata, ma non è detto che arrivi alla terza, dove io sto aspettando con una valigia piena, pesante, fatta di sogni, paure, qualche sacchettino di speranza e un mucchio di dubbi.
Io intanto lo aspetto, vediamo se arriverà. E se arriverà, devo avere il coraggio di salirci sopra trascinandomi ‘sto bagaglio che magari, durante il viaggio, proverò ad alleggerire.

Io intanto mi stringo il bavero del cappotto perché in binario c’è vento, ma un poco, solo un po’, profuma già di primavera.

Buona domenica.


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