Sputo fumo

Martedì sono caduta.
Non ricordo come, non so perché. Avevo Filippo nel marsupio, due ombrelli in mano, l’ansia perché pioveva e dovevo andare da un cliente e l’appuntamento era già saltato un sacco di volte, mia madre era in arrivo per prendere in custodia il pupo, avevo i piedi che andavano in automatico lungo la rampa scivolosa del garage che dobbiamo temporaneamente utilizzare per accedere all’appartamento perché sul portone di ingresso stanno facendo lavori di manutenzione che a causa del maltempo si stanno protraendo oltre il dovuto, purtroppo.

Tante cose, e non so come, mi sono trovata per terra, con l’ombrello rotto a metà, Filippo che urlava e piangeva, e io a terra con il piede piegato in modo assolutamente innaturale.
Ho urlato anche io per la paura, in un primo istante. Poi il pensiero è stato quello di calmare Filippo e controllare che non avesse battuto la testa, che fosse vigile, che non avesse ferite anche se il mio braccio ed il marsupio stretto, forse, lo hanno protetto. Poi ho urlato chiamando aiuto, ma in un garage a ridosso della statale, di martedì e con la pioggia, non mi ha sentita nessuno, mentre Filippo iniziava a dare di stomaco per pianto, la tosse e lo spavento, e io continuavo a guardare quel piede tutto storto dentro lo stivale con la gomma che avrebbe dovuto, in teoria, darmi un appoggio solido.
Dopo un minuto di urla inascoltate, asciugate le lacrime di Filippo, fregandomene dell’ombrello rotto e delle condizioni in cui mi trovavo, con le mani mi sono presa il piede e lo ho girato rimettendolo nella posizione che la Natura ha previsto.
Mi sono fatta i tre piani di scale con Filippo addosso, sperando di non cadere di nuovo, sono entrata in casa, e ho pensato che forse dal cliente potevo andarci lo stesso. Dovevo solo tenere addosso lo stivale. Avevo la caviglia di Schroedinger, che poteva essere contemporaneamente lesa oppure no, fino a che lo stivale rimaneva al suo posto.

Poi il buon senso mi ha portata a togliere la scarpa e da lì telefonate a madre, Manuel, datore di lavoro, cliente, e andare in pronto soccorso.

Alla fine poteva andare peggio. Poteva andare molto peggio. Poteva andare malissimo.

Invece sono solo bloccata per un mesto e faccio un po’ il giocoliere tra le molte cose che comunque con due bimbi piccoli devo fare anche se non dovrei.

Diciamo che questo incidente mi ha rimessa in riga sotto certi punti di vista, mi ha aperto uno scenario che mi ha fatto rendere conto di come sono stata male per molto tempo per cose di certo importanti ma che a fronte di quello che poteva succedere e che nella mia testa vedo e rivedo e mi tiene sveglia la notte, sono solo inezie che in un modo o nell’altro si superano.

Quindi stringere i denti e rivedere un po’ le priorità e catalogare meglio le persone.

Un grazie a mia madre che non mi ha mollata un attimo su quella sedia a rotelle sgangherata in giro per l’ospedale, che ha cucinato la cena, ha giocato con i bambini, che c’è ora come c’era dal momento in cui sono venuta al mondo, e non si è mai assentata.

Un grazie a Federica che di riffa o di raffa conosco dal 30 anni (30 anni, Fede) e che dopo aver sofferto insieme a me le sorti di Fiocco di Neve alle elementari ed i drammi del liceo qualche anno dopo, ancora c’è.

Un grazie a Ivan che con le sue vignette mi fa sempre ridere tanto.

Un grazie al mio capo anche se mi chiama Zoppas o Gamba di Legno.

Un grazie a Manuel che sta facendo un po’ il mammo e ieri mi ha portato il pranzo sul divano.

Un grazie all’angelo custode di Filippo che un’altra volta ha messo la mano dove doveva.

 

The truth about love

Questa notte Filippo si è svegliato urlando, poco prima dell’una. Ormai sta diventando un copione che mi sta devastando anima e corpo, anche perché visto che sta prendendo ogni genere di magagna da sua sorella, non riesco a capire quanto ci sia di vizio e capriccio e quanto di reale malessere.

Mentre Manuel cercava di calmarlo come, devo dirlo, solo lui sa fare, pensavo a quanto sia devastante l’esperienza della maternità, e sa Dio quanto ancora ho da imparare, da scoprire, da sopportare, da sorridere.
Pensi a quanto desideri sentire una bocca sdentata dire MAMMA per la prima volta. E quando poi la stessa bocca lo ripete seimila volte all’ora, spesso senza motivo, giusto per permettere ai tuoi nervi di saltare come cavallette, pensi che sì, forse valeva la pena aspettare un altro paio di anni prima di dare loro il dono della parola.

Poi quella stessa parola, detta in mezzo a due lacrimoni da litro, pronunciata con le bramine tese in cerca di conforto, aiuto, amore e consolazione, ti sembra il richiamo più irresistibile che esista. E non ce la fai ad ignorarlo, il cuore scricchiola sotto il peso di quelle guance rosse rigate da lacrime, da quei nasi mocciolosi sempre bisognosi di fazzoletti di carta che poi dimentichi nelle tasche e te accorgi solo a ciclo di lavaggio finito.

E le notti insonni, quelle passate nel lettino, stretta a quell’insetto stecco di tre anni che ancora mi cerca quando sogna i lupi (o almeno così dice) perché non vuole stare nel lettone perché ormai è grande, ma non vuole stare da sola perché non lo è abbastanza.

Il bucato sempre da fare, le merende da preparare, i pranzi e le cene che non vanno mai bene, quando pensi a cosa dovrebbero mangiare e cerchi di fare il pari con quello che vorrebbero mangiare. Giocattoli dappertutto, sempre. Calzini sparsi. Scarpe senza compagno. Berretti latitanti. Pastelli a cera mangiucchiati e Didò attaccato alle giacche. Lenzuola da cambiare, piedi freddi da coprire la notte, biberon incastrati in posti sconosciuti ai più, porte da chiudere a chiave per la salvaguardia dell’ambiente e della loro vita. Termometri sempre pronti, decine di bottiglie di tachipirina, diffusori di oli essenziali in ogni stanza ma ad un’altezza ritenuta sicura.

Pensi a quello che avevi prima delle due lineette rosa o lilla o quel che è. Pensi alle serate pigre, quando potevi addormentarti dove volevi, quando volevi, leggendo, guardando la tv, dopo aver cenato sul divano con una pizza ed una lattina di coca cola, mentre ora devi metterne a letto uno, pregare che ci resti, mettere a letto l’altra, fare la lavastoviglie, preparare i biberon, controllare che ci siano calzini puliti per la mattina dopo, e poi andare a letto sperando di fare almeno 4 ore di sonno ininterrotte. Pensi a quando il week end poteva essere foriero di qualsiasi cosa, ora speri che ci sia il sole al sabato mattina per andare al mercato con i bambini. Pensi a tutte le feste, le cene, i cinema a cui hai detto addio, o forse arrivederci chissà a quando. Ai sogni rimessi nel cassetto e chiusi a due mandate, se non addirittura buttati via per far posto ad altri sogni che vogliono i tuoi figli sani, sereni e soddisfatti delle loro vite.

Capire tutti i sacrifici fatti dai tuoi genitori, e realizzare che nemmeno i tuoi figli capiranno i tuoi, per molto tempo, o forse mai. Che è davvero il ciclo della vita. Che davvero non capisci fino a che non ti ci trovi.

Poi li guardi dormire, li guardi giocare, li guardi ridere, li guardi ballare, li guardi essere bambini, e vorresti vivere per un po’ come loro, con la certezza che hanno che la mamma è sempre lì, a vegliare, a mettere la crema magica quando hanno prurito, a dare lo sciroppo per la tosse, a preparare pane e marmellata o la minestra che fa passare il raffreddore, come se fossero tutte magie.

Essere mamma è vivere nel caos perpetuo, non hai un momento di respiro, perché anche se per qualche motivo riesci a ricavarti dei momenti solo per te, un angolo della tua testa è sempre rivolto a loro, al pensiero dei loro occhi, della loro pelle liscia e morbida, del loro cuore ancora non provato dal dolore, dalla delusione o dalla paura, quella vera.

Qualche tempo fa ho incontrato una persona che non vedevo da diverso tempo, e mi ha chiesto, come è normale che sia, dei bambini, di come stavano, di cosa facevano, solite cose. Mi ha osservata mentre parlavo, e mi ha detto che quando mi ha conosciuta era abbastanza sicuro che fossi “allergica” alla maternità, e che mai avrebbe creduto, un giorno, di sentirmi parlare con amore, dedizione ed orgoglio dei miei figli. Forse ha ragione. Forse da qualche parte un po’ di istinto materno ce l’ho. Chi lo sa. Potrei fare meglio, ma so anche che potrei fare decisamente peggio.

A volte ancora mi sento inadatta ed inadeguata. Forse lo sono, boh. Sei mamma e ti senti sempre giudicata perché tutti sanno cosa sia meglio per i tuoi figli, tranne te che te li sei portati in pancia per nove mesi e che vivi con loro 24 ore al giorno. A volte mi vedo come se i figli mi fossero piovuti dal cielo, come se non fossero miei e dovessi sempre giustificare ogni mia azione nei loro confronti per paura di sbagliare, di essere non conforme al ruolo che ho iniziato a vestire il 29 luglio 2016 alle ore 1.30 di notte.

Non lo so, non esiste una scienza che regolamenti queste cose. Non esiste un codice di comportamento univoco. E aggiungo anche, per fortuna. Perché sono certa che in fondo la gran parte delle mamme pensa di fare il meglio per i propri figli, sbagliando tanto, ma anche facendo molte cose giuste. Ascoltando i consigli e ignorando i pareri. Piangendo in bagno per non farti vedere e ridendo con loro fino alle lacrime, facendo pernacchie sulle pance morbide e rimproverandoli alzando la voce perché si comportano male.

La pioggia mi rende pensierosa. Il poco silenzio di cui sto godendo l’ho speso per lavorare a mille, e ora che attendo riscontri, mi getto nel mio rifugio online, dove posso mettere nero su bianco i miei pensieri.

Buona giornata a tutti,

Liz

Quando indietro non si torna

Sono abbastanza sicura di poter dire che questo sia il periodo peggiore che abbia mai affrontato.

Peggio del casino col vecchio di merda, peggio di quando sono stata in ospedale, peggio di quando mi hanno detto che l’intervento al cuore non aveva funzionato, peggio di quando mi sono state chiuse porte in faccia da chi avrebbe dovuto amarmi, peggio di quando sono stata delusa, ferita, svilita.

Il tutto perché ora non devo rendere conto “solo” a me stessa, ma anche a due figli che non hanno mai chiesto di essere messi al mondo e che ora che su questo mondo marcio e alla deriva ci vivono, beh, giustamente lo devono fare nel più dignitoso dei modi, e con la serenità che ogni bambino merita di avere.

La sera vado a dormire con il terrore di come potrà andare la notte, con l’orecchio teso ai lettini, per sentire ogni colpo di tosse, ogni movimento diverso da quelli che accompagnano il sonno. E se loro dormono sereni, i pensieri arrivano come nuvole nere sopra la mia testa e non mi lasciano in pace, non mi lasciano fiato, bruciano la gola come acido, chiudono lo stomaco come una morsa, bloccano le gambe, fanno tremare le mani.

Ma il sole di oggi, l’essere riuscita per la prima volta dopo molti giorni a lavorare serenamente, il fatto che Filippo stia pisolando da più di due ore il che lo renderà di certo più gestibile dopo, anche se profondamente affamato, l’aver esplicitato le paure ed i timori, ed essermi resa conto che sì, di certo questo periodo è tutt’altro che roseo, ma credo che ci siano persone che vivono delle situazioni che fanno impallidire ed annichilire il mio periodo no. Persone che scambierebbero i loro problemi con i miei senza esitare un secondo. Persone che hanno la vita davvero rovinata in modo definitivo. Persone che non hanno nessuno su cui contare, al contrario di me che ho una manciata di amiche preziose ed una madre che nonostante tutto, come prima pensa sempre a me ed ai suoi nipoti.
E tutto quello che sta succedendo a me in questo periodo diventa più leggero. Più sopportabile. Il nodo alla gola si allenta, lo stomaco si rilassa. Il mal di testa se ne va.

Non è facile fare Pollyanna, ma a volte metterci nei panni degli altri ci può aiutare a capire che in fondo siamo sempre più fortunati di altri, mentre la tendenza sarebbe quella di pensare sempre a chi sta meglio.

Ora vorrei un caffè, ma sono certa che appena avvitata la moka, Filippo inizierà a frignare. Quindi per questa volta passo.

Buon giovedì.

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My make up may be flaking

Mi sono un po’ persa.

Mi succede spesso, ora diciamo che più che altro sto brancolando nel buio cercando di abituare gli occhi alla nuova condizione, come si fa quando si passa da un ambiente molto luminoso ad uno privo di luce. Chiudi un po’ gli occhi, e aspetti che le pupille facciano il loro dovere.

Al momento non sta funzionando molto, anche se scorgo qualche sagoma nell’oscurità. Sagoma che potrebbe essere qualsiasi cosa, ma speriamo sia un cerino o un accendino o una lampada a led o la torcia di un cellulare.

Pubblico canzoni perché per il resto non mi va molto di scrivere, nemmeno qui, che è sempre stato il mio rifugio, il mio sacchetto di carta dove urlare per non farmi sentire  ma per farmi ascoltare.

Attendo una scintilla, sperando che non ci sia da qualche parte una fuga di gas.

Liz

 

Non ho voglia di pensare ad un titolo

Una cosa che ti dovrebbero dire quando pensi che sia il caso di avere un figlio non è che la tua vita cambierà. Grazie al piffero.
Ti dovrebbero dire che l’asilo non è quel posto colorato che ricordi vagamente nella tua testa, ma è un luogo in cui mandi i tuoi figli e ti tornano indietro sporchi, stanchi e soprattutto sempre ammalati. Che non fai in tempo a dire: “Toh, sono riuscita a mandare Giorgia per una settimana di fila, con domani!”. E domani lei si alza con l’ebola. Che poi attacca al fratello, che impesta te ed il padre, e pure qualche nonno di passaggio.

Questo mese che attendevo con terrore è agli sgoccioli, pronto ad aprirsi al peggior mese dell’anno, novembre. Il mese delle piogge umide, della nebbia, dei capelli crespi, di quelli nati sotto il segno dello scorpione, mese che salvo solo per l’anno 2015 in quanto fu in quell’occasione che seppi di aspettare Giorgia, ma per il resto, nammerda, come dicono alla Columbia University.

Vediamo se ho fatto bene a tenere viva una speranza.

Vediamo se ho fatto bene a dare fiducia ad una persona.

Vediamo se Bartolini riuscirà a consegnarmi i pannolini di Pippo anche se casa nostra è diventata una rocca inespugnabile causa lavori di ristrutturazione.

Vediamo se mandare a mignotte un po’ tutti i miei credo, le mie convinzioni, i miei dogmi porterà a qualcosa o se forse era meglio stare peggio (scusate l’italiano pessimo ma sto scrivendo animata dal fiele e dalla frustrazione).

Vediamo.

Intanto dovrei vestire i bambini cercando di non pensare a Giorgia che ha, di nuovo, la tosse, dopo averla avuta per quasi un mese, essere guarita, aver preso un virus con esantema, essere guarita e ora via, dall’inizio, senza nemmeno ritirare i 20 euro.

Vestirli ed andare al supermercato, dove magari Filippo si ammala direttamente senza aspettare che sia la sorella a contagiarlo per la terza volta in quattro settimane.

Vestire me stessa.

Uscire.

Ho finito la birra. Dovrebbe bastare a motivarmi. Guardo il sole scendere un altro po’ e poi decido.

NO REGRETS

Oggi mentre passeggiavo con Filippo che più che un bambino è un ammasso di raffreddore e tosse, poro ciccio, riflettevo su rimpianti e rimorsi.
È una lotta vecchia come il mondo, che mi sono trovata ad affrontare la prima volta intorno ai 17 anni, quando me ne parlò un vecchio amico che stava, come la maggior parte delle persone, dalla parte del rimorso.

Sono anche abbastanza d’accordo, meglio provare e fallire che vivere con gli “e se” che si affastellano nella testa. Però per quanto possiamo provarci ad affrontare tutto nella vita, credo che il rimpianto sia parte integrante di essa.

In ogni giorno della nostra esistenza ci possiamo guardare indietro ed essere soddisfatti per le vittorie, rammaricati per le sconfitte, ed affranti per quello che non abbiamo potuto mettere in pratica nonostante lo volessimo. Gli impedimenti arrivano da tutte le parti, piovono come la pioggia del Vietnam raccontata da Forrest Gump. E se è anche vero che tutto parte sempre da noi, a volte ci sono cose che sono più grandi della nostra volontà e che ci mettono i bastoni tra le ruote.

Starò forse diventando fatalista?

Chi lo sa. Intanto mi sono fatta la pausa caffè tra un po’ di contabilità, delle mail, ed una raffica di pensieri che non hanno senso di presentarsi adesso ma se ne fregano, e arrivano quando vogliono.

Come la pioggia.

Buon giovedì, per quanto possibile.

Liz

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Lovin’ each day

Attendo una telefonata di lavoro, Filippo è a pisolare, Giorgia all’asilo, Manuel via, la gatta grassa cerca di giocare con i lacci del mio cardigan probabilmente perché mi odia visto che ieri ho dimenticato di comprare le crocchette.

Scorro un po’ la bacheca di Facebook e vedo cose belle, cose meno belle, cose divertenti, cose che mi irritano, e tante belle frasi sul senso della vita, sullo scorrere del tempo, sul cogliere le occasioni, sul non sprecare nemmeno un minuto.
Tutte cose molto belle e molto vere, che dovremmo sempre tenere a mente.

Eppure è difficile. Chiedere scusa, recuperare rapporti, tendere una mano per aiutare o per essere aiutati. Nella testa tutte queste cose non sembrano difficili, ma quando è il momento di metterle in atto, i gesti muoiono sul nascere e le parole si seccano in gola.
Procrastinare una decisione, un’azione, regala l’illusione di diminuire la grandezza dei problemi. Aggirare l’ostacolo anziché affrontarlo. Quante volte lo abbiamo fatto.

Poi magari succede qualcosa che ci fa rendere conto di quanto siamo fragili, di quanto il tempo voli. E sarebbe bello rendere quelle frasi scritte su sfondi malinconici con caratteri arrotondati qualcosa di concreto, un atteggiamento, un’attitudine.

Invece condividiamo foto sui social e continuiamo a fare cose sbagliate, io per prima.
Ci facciamo soffocare dalle cose brutte, senza pensare a ciò che di buono abbiamo anche nelle difficoltà.
Esiste un modo per essere più vivi e meno sottomessi al peso delle incombenze, delle aspettative, dell’ansia?

C’è una soluzione che ci faccia sorridere almeno una volta al giorno, che ci faccia ringraziare per quello che abbiamo e non solo e soltanto lamentarci per quello che non sta andando secondo i nostri piani ed i nostri desideri?

Ricetta cercasi.

Liz

Who wants to live forever?

Questo mese di ottobre è carico di molte cose.
Di tosse.
Di sbalzi di temperatura.
Di cose da fare.
Di scadenze.
Di paure.
Di sogni appesi.
Di confusione in casa che non trova requie.
Di nuove routine da rodare.
Di incertezze.
Di dubbi.

L’ho sempre amato per i suoi colori ed i suoi profumi, però è anche carico di ricordi brutti. Ovviamente spero che questo ottobre mi regali non dico qualche soddisfazione, ma almeno la speranza di arrivare indenne a novembre, cosa che non è del tutto scontata.

Ho temporaneamente accantonato le carte perché non ho bisogno di ulteriore introspezione. Faccio fatica a mettere insieme le ore che separano la sveglia urlata di Filippo al momento in cui striscio sotto le coperte per evitare di svegliarlo, quindi no, non è il momento giusto per andare a scavare nei meandri del mio passato, del mio presente, o nei buchi neri del mio futuro.

So che mi perdonerete, affezionati miei sei lettori. Ho bisogno di arrivare a novembre. Poi, forse, da lì, ricominciare a respirare.

Buon martedì.

Liz

In alto mare

Da meno di un mese è iniziata la mia avventura da quella che a quanto pare si definisce una “assistente virtuale”. In sostanza faccio telelavoro, collaborando con chi ha bisogno di un aiuto amministrativo, contabile, commerciale and co ma non ha la necessità di una persona fissa in un ufficio in una postazione standard.

La cosa per me è perfetta visto che con Giorgia all’asilo e Filippo che per lo più ancora mi fa i pisoli pomeridiani, o che comunque riesco a lasciare un poco ai nonni, ho abbastanza tempo e modo per mettermi al pc, telefono accanto, e via, lavorare tramite la bellezza che è il lavoro in remoto.

La cosa ha, come tutte le cose, i suoi pro ed i suoi contro.

Ad esempio.

PRO: non devo prepararmi per andare al lavoro. Posso anche stare in tuta e bigodini e non lavarmi la faccia, tanto non mi vede nessuno.
CONTRO: non devo prepararmi per andare al lavoro, il che mi rende ancora più donna-tuta di quanto non tenda a diventare normalmente con il freddo in arrivo

PRO: niente traffico, niente auto, niente strada da fare, niente ciclisti, niente trattori.
CONTRO: sono comunque dentro casa, come successo nei due anni precedenti.

PRO: ho il mio bagno e la mia moka.
CONTRO: no, per questo non esiste un contro

PRO: mi gestisco il lavoro da sola, senza colleghi stracciapalle, alla temperatura che voglio, con le luci che voglio, con le gatte che mi scaldano i piedi, e la vista del Montello quando lavoro dal soggiorno e non dallo studio
CONTRO: il fatto di essere a casa comunque suona come un allarme e ogni tanto, nelle pause, invece di bermi un caffè e fare del gossip carico lavatrici o sistemo giocattoli sparsi.

PRO: non ho un vero e proprio orario. Spalmo il lavoro durante il giorno, spesso al mattino presto, a volte dopo cena.
CONTRO: questo porta molti a pensare che in realtà non sto facendo un tubo. E forse il problema più grande è questo. Eh vabbè, capirai, lavori da casa, chi ti controlla. Io. Io mi controllo. Se delle persone mi hanno dato la fiducia di gestire l’attività in questo modo, la mia etica mi porta a ripagare la fiducia datami comportandomi correttamente, e non fingendo di metterci il doppio del tempo a fare una cosa quando magari in un’ora potrei portarla a termine.

Credo sia anche questo il motivo per cui il telelavoro viene usato poco. Non è facile fidarsi, non è facile guadagnare la fiducia.

Ora vi saluto, i nani dormono entrambi (miracolo), il caffè è stato bevuto, ergo me ne torno a lavorare.

Liz

 

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