I duri hanno due cuori

Secondo me lei pensa che me ne sia dimenticata.

In realtà non posso dimenticare il compleanno di una di quelle persone talmente importanti da pensare di conoscerle da sempre.

Impossibile dimenticare il compleanno di colei che si prese cura di me quando incinta e vomitante non riuscivo a stare in piedi e veniva a darmi una mano e a prepararmi la cena.

Impossibile dimenticare la mia spalla durante la curva glicemica.

Impossibile dimenticare il suo appoggio al lavoro, la fiducia, l’aiuto.

Impossibile dimenticare le risate, le pizze improvvisate e gli aperitivi.

Impossibile dimenticare Loni, che oggi compie 27 anni.

Buon compleanno amica mia, persona meravigliosa, anima stupenda.

Più fai e meno sogni

Oggi vi ho guardati salire sul pulmino giallo con meno emozione delle altre volte. Forse perché per nessuno dei due era la prima esperienza, forse perché questa estate sembrava non voler finire mai e io non vedevo l’ora, sia per me che per voi, di vedervi tornare alla routine scolastica.
I tuoi codini storti, Gio, perché mentre ti pettino ti muovi di continuo. I tuo correre “anime style”, Lippo, con le braccia indietro e la faccia in avanti pronta a scontrarsi con l’asfalto facendomi imbestiare e preoccupare allo stesso tempo.
Pieni di sacchetti con cambi, pantofole e asciugamani siete ripartiti, è iniziato un altro anno.

Questo tassello di normalità ha acceso in me il desiderio di cambiare, di fare meglio, di stare meglio. Perché lo devo a me e lo devo a voi.
Prima di entrare in ospedale, la nonna mi ha scritto in un messaggio che mi rimbomba nella testa da quella sera, dal momento in cui l’ho ricevuto. Se non sei felice, cambia.
Una frase semplice ma una frase potente, che in pochi istanti ha scatenato un terremoto nella mia testa.

Mi sono sempre maledetta per quando mi rendevo conto che mi lamentavo della mia situazione, della mia vita, e non facevo nulla per modificare le cose, tanto che spesso preferivo rimanermene in ammollo nell’autocommiserazione dicendo che no, non c’è nulla che posso fare per dare una svolta alle cose.

Come se la situazione fosse scolpita nel marmo, e realizzata nemmeno troppo bene.

Quindi dopo alti, bassi, giornate difficili e 10 giorni di emicrania consecutiva, ho capito che devo mettere un cartello con la scritta VENDESI ben piantato nel giardino del mio malessere e cercare un giardino nuovo di cui prendermi cura. Perché figli miei, non potete crescere sereni con una mamma che non lo è mai. Perché vi vedo, soprattutto tu, Giorgia, così sensibile e dolce, diventare inquieta e irritabile perché non respiri un’atmosfera che ti permette di fare diventare questa tua sensibilità qualcosa di buono. Vedo l’ombra di tristezza quando vi chiedo di non fare troppo casino perché anche oggi ho mal di testa.

Tutto questo è ingiusto per voi. È tossico per me.

Devo fare qualcosa, bimbi miei. Ancora non so cosa, ma intanto inizio a dipingere il cartello.

Senza ritorno

Ieri ho fatto un viaggio in macchina, una cosa breve e senza traffico, ma l’aria nell’abitacolo era pesante e non potevo continuare a mescolare i miei pensieri con canzoni che i miei figli chiedono in continuazione, togliendo a quella musica la spensieratezza dei loro balli scoordinati e dei loro versi stonati.

Così dopo aver inforcato i miei occhiali vintage del 1994 rubati a mammà ancora dieci anni fa, ho programmato su Spotify una playlist che recitava Anni 2000 e l’ho fatta partire, e non potevo fare niente di meglio.

Il decennio 2000-2010 è stato ricco di avvenimenti. La patente, il diploma, l’università, il primo lavoro, solo per dirne alcuni.

Ogni canzone (o quasi) che risuonava nella Focus mi ha riportata a ricordi vecchi, selezionando quelli migliori.

Alle prime inconfondibili note di Sweet Disposition ho ripensato al mio vecchio Nokia con tastiera orizzontale a scomparsa. Avevo quel pezzo come suoneria, e mi sono tornate in mente le chiacchierate con Alex Zanna e i suoi brunch quando andavo a passeggiare con il Pino lungo il Sile.

Heaven out of hell, la mia preferita di Elisa, e mi sono ritrovata a Pasqua alla scrivania della casa fronte ferrovia dove ho vissuto con mamma per un quintali di anni. Seduta davanti al pc a guardare Casomai, uno dei miei film preferiti di sempre e la sola cosa per cui salvo ancora Fabio Volo.

Who knew? di P!nk. Il segno che certe volte per apprezzare le cose belle devi finire prima nel pantano.

Poi vabbè, è partito Mika e lì gli occhiali li ho dovuti sollevare perché si sono un po’ appannati. I ricordi del 2007 hanno iniziato a prendermi a schiaffi. Il rimanere da sola a gennaio, quei tre giorni a febbraio in montagna con mamma e il Pino. Agosto, le ginocchia sbucciate, la consapevolezza non acquisita di aver gettato il cuore nel cestino dell’indifferenziata, le domeniche a cucinare con la mamma, con lo stereo lilla che andava quasi tutto il giorno a farci compagnia.

1973 di James Blunt, monolocale di Silvia a Milano, un week end di respiro per esorcizzare tutto quello che non è stato.

Poi ho parcheggiato.

Le mani ti prenderò

Il buio sta iniziando ad arrivare presto. Ho ricominciato a svenire di stanchezza prima dei miei figli, ascoltando le fiabe sonore a letto. Notti scure costellate di risvegli e di mal di testa e di incubi. Le crepe nel cuore si allargano ogni giorno e i solchi nella testa diventano più profondi. Per fortuna non fa più caldo. Per fortuna non ho più voglia di gelato. Per fortuna ho meno fame. Per fortuna i miei figli sono coccoloni e affettuosi e quando la sera mi chiudo la porta alle spalle lasciando indietro un mucchio di problemi per entrarne dentro un mucchio di altri problemi, i loro baci e i loro abbracci massaggiano un po’ del mio dolore rendendolo comunque degno di essere vissuto e affrontato.

Cattiveria e ingiustizia ogni giorno mi mettono in ginocchio per qualche istante. Inciampo nei miei errori e invidio con ammirazione chi ha la forza di fregarsene e chi ha o ha avuto la forza di cambiare, mentre io persevero colpevolmente rimanendo impantanata peggio del cavallo di Atreyu (cit. nerd da anziana).

Almeno c’è il sole e la prospettiva di due giorni senza sveglia, i bambini stanno bene e tra poco finalmente torneranno a scuola.

Al resto ci penserò un passo alla volta.

Domani è già arrivato

Ieri c’era il sole. Aria pulita. I bambini erano isterici a forza di stare dentro casa. Così guardando dalle imposte accostate il riquadro di cielo azzurro che mi fissava invitante, ho deciso di prendere figli, macchina fotografica e quel maledetto obiettivo che da quando è arrivato, a gennaio, non ho mai usato.

Volevo provarlo, una volta. All’aperto, senza bambini in posa, in mezzo all’erba, a quell’ora del pomeriggio in cui il sole da giallo diventa miele.

Nello zaino la macchina pesava. La vendo, pensavo. Non la uso più, ormai. Oggi qualche foto con i bambini e le bolle di sapone. Li immortalo con i capelli lunghi e poi basta. Parrucchiere e marketplace.

Poi siamo arrivati al parco, abbiamo aperto le bolle, Filippo si è sporcato dopo dodici secondi e Giorgia ha sciolto la sua acconciatura dopo tre salti. C’era vento, e qualche nuvola, quindi le bolle si rompevano subito e quella luce che cercavo andava e veniva. Ma mi sono divertita tantissimo. Stamattina ho guardato le foto, ne ho scattate a decine, alcune proprio brutte, ma altre mi hanno tenuta insieme fino a stasera, fino a ora. Sorrisi, sapone, erba e salti. I capelli lucidissimi di Giorgia e le facce furbe di Filippo. Quella piccola bolla immortalata mentre prende la strada del cielo.

Facciamo che per questo mese ancora me la tengo

Qualcosa di raro

Quando ieri mi sono lasciata cadere sulla sedia nera, in ufficio, e ho digitato la password per far partire il pc, mi è sembrato di non aver mai smesso di lavorare. Gli automatismi nei gesti, il timbratore, il termoscanner, il codice apriporta. Alzare la tenda al mattino e abbassarla la sera. Litigare con le veneziane. Non ricordare la password della PEC. Tutto come prima.

Certo, sono estremamente grata per i giorni liberi che ho avuto. Per il sole pazzesco che ho trovato in montagna. Per le giornate con Filippo, i suoi risvegli amorevoli dettati dal suo ciclo del sonno e non dall’eco della mia sveglia che ha ricominciato a suonare, imperterrita, alle 6.01 di mattina.

Però avevo immaginato una settimana in più per starmene con loro, li vedo così poco, e così male. Stanca io la sera, loro nervosi per queste giornate un po’ senza senso. Attendono l’asilo più di me. Le amicizie. Le maestre. Non manca molto però quanta pazienza ci vuole.

La montagna come sempre ha lasciato dietro di sé malinconia, gioia, ricordi vecchi riaffiorati e ricordi nuovi da conservare, e tanta riflessione. Vendere la macchina fotografica? Riprendere in mano il libro? Cercare un cambiamento radicale? Di certo qualcosa devo fare. La sola promessa che ho fatto al cielo lassù è che avrei smesso di lamentarmi per la mia insoddisfazione se non farò niente per mutare la mia condizione, ergo devo pensare e trovare una qualche soluzione che non preveda solo l’acquisto di bottiglie di vino rosso di discreto pregio.

Ora vado a truccarmi che non mi trovo gli occhi, stamattina.

I’m a wreck

Pensavate voi, di averla scampata.
Che bello, niente gippone da ritorno montano con dolore, disagio, ansia e mal di stomaco.

E invece, eccolo qua.

Ci ho messo una settimana a trovare un po’ il coraggio, molto la voglia, e un po’ il tempo per mettermi davanti al pc e mettere giù qualche riga per fissare questi otto giorni che non è che sono volati, si sono dissolti.
Ieri ho portato in garage le valigie e se non fosse per gli scarponi di Manuel e quelli di Filippo che attendono ancora il loro turno di lavaggio, mi sembra quasi di non essere nemmeno mai partita.
Oggi rientra anche Giorgia, lei di certo della sua estate non si può lamentare. Spero conservi a lungo i ricordi di questi mesi, fatti di mare, centri estivi, nuove amicizie in montagna. E un’estate che per lei in fondo non è ancora finita. Con Filippo sarà un po’ difficile, anche per lui lassù il tempo è volato.
Arrivati e ripartiti con la pioggia, nel mezzo una settimana addirittura troppo calda per chi, come me, cerca tra le vette la felpa e magari anche la giacca a vento. Ma un sole pazzesco come questo non lo vedevo da anni.
Gli scricchiolii del legno, le risate dei bambini in funivia, la soddisfazione nel vedere che in fondo non ho generato proprio due bestie di Satana, la tazza tirolese che mi sono regalata per sopravvivere a questo inverno.
Rivedere persone care e belle, reincontrare la mia più vecchia amica, con la quale ci eravamo promesse di incontrarci di nuovo là per i nostri 40 anni dopo quasi 20 anni senza vederci faccia a faccia.
Ricordarmi odori, rumori. Riconoscere facce che invecchiano e crescono. Vedere mio figlio dormire nello stesso letto dove più di 20 anni prima avevo dormito io, adolescente che voleva stare alzata fino a tardi, a chiacchierare con gli amici giù, nel salotto dell’albergo che ora non esiste più. Ripensare a cosa ho fatto, in questo lasso di tempo, agli errori, alle scelte. La paura per questo settembre che incombe come un’onda di tsunami. Cerco di correre in salvo più velocemente possibile, ma il fisico ormai è quello che è e inciampo, cado, e a volte la voglia di lasciarmi travolgere è più grande di quella di mettermi al riparo. Sono i miei bambini che mi chiamano che mi danno la forza, stringere i denti, e tirarmi su. E un po’ anche il meraviglioso kit per tenere il vino buono più a lungo un po’ aiuta. Devo solo trovare il vino giusto, ora.

Sono stata così brava che ho già preparato il corredo per l’asilo, tralasciando il fatto che ancora non so di preciso quando inizia la scuola, ma ho già asciugamani e ciabattine nuove pronti per essere consegnati alla maestra il primo giorno.

Devo ancora digerire questo rientro anticipato dalle ferie che temevo ma che fino all’ultimo ho sperato non si avverasse, ed è per quello che mi serve il vino.

Per il resto, tanta gratitudine. Ai miei genitori che come sempre hanno reso possibile questa bolla di felicità. Ai miei figli che sono stati bravi, e devono essere orgogliosi di loro stessi. Ai miei amici che ci sono sempre, ci sono ancora, dopo tutto questo tempo. A quelli che credevo tali e che invece non lo sono stati, e va bene così, perché a 40 anni di posto nel cuore ce n’è sempre meno e bisogna lasciarlo a chi se lo merita.E a San Vigilio di Marebbe che rimane sempre la sola casa che ho nel cuore.


I ricordi sono in fila e non mi mollano

A domani.

Due parole semplici, che usiamo spesso per salutare qualcuno che abbiamo la certezza di rivedere, o risentire.

Ma spesso sono parole con un bagaglio decisamente più importante di quello che può sembrare.

In un A domani si raccolgono speranza e sicurezza. Desiderio e tranquillità. C’è senso di appartenenza in quelle due parole, a volte buttate là a caso, per chiudere una conversazione che sta diventando magari troppo lunga.

Per una come me, che nel domani vede tanti muri da scavalcare, non sono parole facili da far uscire se non come banale frase di circostanza. Ma so bene di cosa parlo perché ci sono stati dei momenti in cui invece le ho dette, per parafrasare senza rispetto Faber, con il cuore sulle labbra.

Ricordo tutti gli A domani detti a mamma quando stavo per tornare a casa dal mare, da lei.

Ricordo quel A domani sussurrato al mio pancione la sera prima della data fissata per l’induzione del parto. Un A domani pieno di paure, di ansia, e di emozione e impazienza.

Ricordo quel A domani detto ai miei dopo aver caricato la macchina, 4 anni fa, la sera prima di partire per la prima vacanza in montagna con Giorgia.

Ricordo gli A domani detti ai miei figli la vigilia di Natale prima di metterli a dormire e correre poi a sistemare i regali per la loro sorpresa del mattino.

Ricordo quel A domani che non ho detto al mio mao Loreno il giorno in cui poi lo hanno dovuto addormentare, come se in fondo al cuore lo sapessi che non ci sarebbe stato, quel domani.

E per me quindi che vivo spesso, troppo, di ricordi, e aggrappata a ogni minuto del presente perché tutto ciò che sta per succedere mi spaventa perché non lo posso prevedere o controllare, ogni A domani che sento è come un boccone dolce e amaro.

Ora vado a svegliare i bambini altrimenti davvero al centro estivo ci arriviamo domani

Portami via che non importa dove

Ciao, sono Lisa, ho 40 anni, e a volte vorrei aver avuto due figli maschi.

E lo dico pensando a Giorgia come a qualcosa che c’è sempre stato nella mia vita perché la mia esistenza, prima di lei, fatico a ricordarla. Il momento in cui me l’hanno appoggiata addosso non saprei descriverlo nemmeno se prendessi lezioni private di scrittura direttamente dal fantasma di Philip Roth.

Ma essere donna, per Dio. Sembra sempre tutto sbagliato.
Sono molto lontana dall’essere femminista, questo lo voglio premettere. Uguaglianza di diritti, di dignità, di rispetto. Questo è quello in cui credo, quello che vorrei, e quello che temo non diventerà mai una realtà.

Da quant’è che lavoro? Dal 2006? Togliamo le due maternità, toh. Anche se a volte scrivevo testi per alcuni siti con Giorgia attaccata alla tetta. Ma togliamola, questa maternità. Questo sfizio che mi sono voluta togliere.
Perché i figli li fai da incosciente.
Perché pensi, quando non li hai, che non cambierà poi così tanto. E invece cambia tutto. Cambia che ti dicono che i figli devono stare con le madri, come se i padri fossero suppellettili da spolverare ogni tanto, caricare con la chiave sulla schiena, spedire al lavoro e accogliere alla sera con la tavola apparecchiata e le ciabatte in mano.

Cambia che se a casa non ci puoi stare, o legittimamente, non ci vuoi stare, sei un’egoista. Una che fa i figli per farli crescere agli altri. Se però per amor del pargolo o semplicemente perché pensi che sia giusto così abbandoni i tailleur, il badge da timbrare, la sveglia puntata presto per evitare il traffico, Dio ce ne scampi. Sei una che non ha voglia di fare nulla e pensa solo a farsi mantenere dal padre a molla di cui sopra.

E questo per sputacchiare qua e là qualcosa sulle gioie della famiglia. Mai come negli ultimi anni ho sognato una piena retroattiva per il Mulino Bianco.

Ma spostiamo il punto osservato. Prendiamo il lavoro.
Nel curriculum molte donne potranno scrivere: “So gestire il sessismo cui sono sottoposta quotidianamente”. Penso valga più di un patentino Office, o di essere madrelingua croata.
Spesso inizio le mie telefonate specificando di essere l’assistente del CEO dell’azienda per cui lavoro. Questo perché, molto spesso, queste persone conoscono lui ma non hanno alba di chi sia io e perché li stia chiamando, magari al cellulare privato.
E molto, molto spesso, il pensiero malevolo che sorge nella mente delle persone alla parola “assistente” si vede anche se non ho davanti la persona con cui sto parlando. Eh, chissà come lo assiste. Eh, hai capito il capo, adesso ha l’assistente personale, il furbo. E come me, e lo so, molte altre donne, e più hanno la disgrazia di essere giovani e magari pure belle, più la loro professionalità non viene minimamente presa in considerazione.
E le battute? Le squallide, sciocche, schifose, viscide e fastidiose battute che dobbiamo subire, magari sorridendo a labbra stirate, soffocando dei vaffanculo grandi come case.
Io ormai ho 40 anni e non ho nemmeno più voglia di incazzarmi. L’altro giorno un fornitore dell’età di mio padre, rispondendo a delle domande che gli stavo sottoponendo per completare della documentazione, quando gli ho chiesto una foto di un documento mi ha risposto che me la mandava così potevamo uscire a cena fuori.
Gli ho detto che se trovava da sistemarmi i figli ci stavo. E l’ho zittito, perché poi questi provoloni da settimana lavorativa non sanno gestire la situazione fino in fondo. Si aspettavano la risatina da oca, un abbozzo di scusa. E invece ti ho fregato, vecchio bavoso.

Ma appunto, ormai ho 40 anni, ho consapevolezza di me, di chi sono, del mio fisico, delle mie potenzialità, dei miei limiti e dei miei spigoli, della mia fragilità. Di chi posso fidarmi e di chi no. Di come mettere le gonne più corte o i vestiti scollati per dare aria alle bocce senza farmi troppi problemi su quello che possono pensare gli altri o meno.
Ma ci sono ragazze più giovani che sarei potuta essere io all’inizio della mia esperienza lavorativa che certe cose le subiscono. Che magari escono da un percorso di studi brillante e si trovano a gestire battute volgari perché devono fare la gavetta e i “senatori” dei luoghi di lavoro si sentono autorizzati a mobbizzarle solo per questo. Per vendetta verso un passato irrecuperabile, per frustrazione, per invidia. Boh. Ma lo fanno. E mi spiace dirlo, ma lo fanno soprattutto gli uomini.
Le donne tendono a tacere e ad accoltellarti alle spalle alla prima occasione. Va detto.

Così penso a mia figlia che adesso ha scoperto quanto sono belli i crop top quando non sai cosa sia la pancia. Ai suoi occhi immensi e pieni di ogni cosa. Penso che da madre non li vorrei mai vedere pieni di lacrime per una sofferenza inferta da qualcuno. E sono certa che da donna non vorrei mai vederla piangere per una discriminazione subita solo perché ha la colpa di essere nata Giorgia e non Elia.
Penso che voglio che sia consapevole che potrà fare tutto quello che vorrà compatibilmente con le sue capacità, e non compatibilmente con il fatto che quando è nata abbiamo attaccato dei fiocchi rosa.
Voglio che sappia tenere testa alle persone con dignità. Che abbia rispetto di tutti e paura di nessuno.
Forse chiedo troppo, e non siamo pronti ora e non lo saremo nemmeno tra 20 anni.

Ora vado a farmi un altro tatuaggio.

Ciao


Come si fa?

La giornata di oggi si potrebbe sintetizzare con l’immagine di me che mangio un chiodo e questo si scioglie nell’acido del mio stomaco.

No, ieri non ho alzato il gomito durante una domenica sfrenata. Ho passato il mio tempo a leggere come non succedeva da tanto tempo. Ho mangiato la verdura dell’orto dei suoceri, quindi non posso attribuire l’acidità a cibo spazzatura.

L’acido che cresce è legato come sempre a questo mese malsano. Dove si accalcano troppe cose, troppi pensieri. Tutti brutti. Ora sono avvolta da una coperta nera fatta di ansia, paura, preoccupazione. Sonno che va e che viene, giornate che formicolano. Oggi torna Giorgia e non vedo l’ora di abbracciare quella sua figura allampanata e la pelle abbronzata. Sentire ancora il profumo del mare. E poi penso a come farò a tirare avanti fino alle ferie con i due bambini a casa e Manuel costretto a destreggiarsi tra le loro liti e la loro noia.

Annaspo, questa volta annaspo.
Non so davvero come fare a superare i giorni che mi aspettano. Sobbalzare ogni volta in cui il telefono squilla. Osservare compulsivamente l’orologio quando ricevo una notifica. Aspettare solo brutte notizie e vivere nella paura.

Mi aggrappo ai sorrisi di Filippo e alle foto di Giorgia vestita di bianco, ma stavolta sento che non mi basta più.

L’acido sale, la gola si chiude.

I rimpianti per le cose non fatte, i rimorsi per gli errori commessi. Questa costante paura di tutto, di espormi, di chiedere aiuto, di ribellarmi, di far valere i miei diritti. Nella vita e al lavoro. Soccombere perpetuamente al menefreghismo altrui, o alla sua cecità.

Come si esce da tutto questo?

Dov’è la soluzione?

Esiste un Maalox per l’esistenza?

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