No matter what they say

Noemi è dimagrita. Dopo il coronavirus, la seconda notizia che tiene banco nel mondo è questa. La dieta della cantante che prima non si amava e si metteva solo la tuta e che ora che è magra invece ha ritrovato se stessa.

Ho letto di tutto su di lei, su quello che ha detto, su com’era, su com’è. E non è che senta di dovermi fare un’opinione sulla cosa a tutti i costi ma sono piuttosto sensibile all’argomento body shaming in ogni sua forma quindi, arrivata al sessantesimo secondo di plank alle ore 5 e 40 del mattino, ho iniziato a rimuginare in merito.

Ho sempre avuto periodi fisarmonica nella mia vita. Magra, normale, formosa, sovrappeso. Più i casi in cui la bilancia andava in su eh. Spesso me ne sono fregata, perché spesso mi sentivo a mio agio nel corpo che indossavo in quel preciso momento. Ma non sempre. Sono stata seguita da nutrizionisti, ho fatto attività fisica, mi sono limitata nei miei vizi alimentari. Ultima volta in ordine di tempo circa un mese fa.

Lo specchio del bagno mi rimandava una faccia gonfia e delle braccia a salsicciotto che non mi facevano stare bene. Così mi sono imposta di eliminare qualcosa di tossico. Tipo la coca cola che avevo ripreso a consumare in quantità imbarazzanti, come fosse una droga. Basta dolcetti dai distributori. Colazione proteica al mattino. Esercizi tutti i giorni, poca cosa ma costante. E quando sono rientrata in qualche jeans che non si chiudeva più mi sono sentita meglio. Entro i limiti, due figli avuti a distanza di poco tempo mi hanno regalato amore, insonnia e una bella diastasi.

Ma non è che ora mi amo più di prima, o che in passato quando entravo in una taglia 42 avessi un rapporto generale con me di amore, autostima e gioia di vivere.

Prendersi cura di sé è importante per la salute, prima di tutto. Ma trovo abbastanza sbagliato lanciare il messaggio che per amarsi a tutto tondo si debba perdere peso. Può essere un punto di partenza, o quello di arrivo, ma non può essere tutto.

Giorgia è magrissima. Le conto le costole quando le faccio il bagno. Probabilmente crescendo cambierà, non lo posso sapere. Ha anche le orecchie un po’a sventola. Filippo ha le gambe un po’ storte. Anche qui, forse crescendo cambierà, chiederò al pediatra perché la sola cosa che mi interessa è che questo non comporti problemi a livello di salute.

Ma per il resto devono sentirsi bellissimi e sani e fortunati. Così come sono. Rimpolpare la loro autostima perché le prese in giro non li scalfiscano più di tanto. Perché ancora mi ricordo quando mi dicevano che potevo nuotare senza pinne perché avevo i piedi lunghi. O quando alle medie avevo già il fisico da adulta e volevo solo nascondermi per gli sfottò. Avessi avuto più fiducia in me, alla soglia dei 40 anni non ci penserei ancora.

Accettazione, consapevolezza e forza. Questo deve essere il messaggio che deve passare, secondo me.

E a tutti buon lunedì con il pippone del mattino

When the time is right

Ebbene, manca sempre meno.
Siamo a metà febbraio, marzo arriverà, si tirerà dietro aprile, spero di poter festeggiare i 3 anni di Filippo in modo decente visto che quest’anno, pora stella, ha coscienza di sé, e poi si spalancherà la porta nera.
Il 4 maggio arriveranno i 40 temuti anni.

Non ho mai dato un gran peso all’età, anzi. Crescere mi è sempre piaciuto perché ho spesso preferito lasciare indietro le cose a caccia di vita nuova. Ma ieri mentre la parrucchiera replicava il vecchio taglio perché per la prima volta nella vita, pavidamente, non ho avuto il coraggio di osare qualcosa di diverso, e sforbiciando qua e là notava il florilegio di capelli bianchi comparsi nel giro di pochi mesi, ho proprio visto lampeggiarmi in fronte quella cifra.
40.
Sono tantini.
Tanti per me che ascolto non mi rassegno e sì, a volte ascolto la trap. Che mi guardo i filmetti da adolescente su Netflix alla prima occasione. Che mi metto i jeans con gli strappi e gli anfibi. Che uso ancora gli ombretti con i glitter andandoci pesante con il contorno occhi per tentare di contrastare le rughe.
Che compro i giocattoli ai miei figli ancora spinta dai miei desideri anni ’80. Che ho una scrivania invasa di pennarelli ed evidenziatori colorati peggio di una bimba delle elementari. Che mangio di nascosto le goleador. Che ancora guardo su YouTube episodi scelti di Piccoli problemi di cuore. Che ancora chiamo la mamma quando sto male. Che non so ancora sistemare un buco sui calzini. Che devo ancora imparare a cucinare bene un sacco di cose. Che ancora non ho accettato quanto sia cambiato il mio fisico dopo due gravidanze. Che il massimo della vita per me è uscire a mangiarmi una buona pizza e sperare che riaprano i cinema per andarci con mia figlia. Che ancora sogno di aprire quel sito tutto mio, perché 40, in fondo, è solo un numero.

40 sono una bella cifra. Penso a mia madre che a 40 aveva già me che andavo al liceo e io ne ho due che non sanno ancora farsi una notte di sonno intera come Dio comanda. Forse è un po’ questo, i paragoni che non fanno mai bene e rendono le prospettive falsate e difficili da accettare.
Ma oggi c’è il sole, fa freddo, e di anni ne ho ancora 39 e un po’.
E devo ancora decidere se le gonne corte, come mi ero imposta, le indosserò ancora per due mesi per evitare l’effetto Loredana Bertè o se mi concederò una proroga.

Buon week end a tutti e che Cortina sia con noi.

If you wanna go somewhere

Se escludiamo l’era selfie, non ho molte mie foto. Parlo soprattutto dell’età adulta. A me piace stare dietro al mirino, e non davanti all’obiettivo.
Poi alle volte ho avuto la fortuna di essere presa in attimi belli.
Tipo in questa foto.
Quando i momenti sono tanto bui ci ripenso, a quel giorno.
Quando ho le crisi forti di mal di testa e ho bisogno di trovare un attimo di pace nel dolore che martella.
Quando le pareti attorno si stringono e l’aria manca, io torno al rifugio Fodara.
A quel 2010 che è stato così bello e così lontano. Avevo un taglio di capelli fighissimo, ero magra, e mio cugino Sebastiano era una patata di un anno con cui mi divertivo un sacco e basta non avendo alcun tipo di responsabilità genitoriale nei suoi confronti.
C’è quel momento, finita la salita sui tornanti pieni di sassi bianchi, dove la strada fa una curva e si apre il paesaggio. Il rifugio è in fondo, in mezzo al prato verde, e le mucche pascolano serene con i loro campanacci, incuranti degli ercusionisti sudati che riprendono fiato con le mani appoggiate sui fianchi.
Sebastiano accarezzava i musi delle mucche con risate sdentate, io e Madre appostate l’una dietro l’altra a turno cercavamo di capire se quello con la tutina grigia aderente che aveva appena appoggiato la bici alla balaustra della terrazza del rifugio fosse proprio Malesani o uno che gli somigliasse.
Il pranzo, la Radler, lo strudel caldo.
Il ritorno a valle con la luce del primo pomeriggio che in montagna ha un colore unico.
Il Pino che ci aspettava giù.
Tra i vari cassetti dei ricordi belli che ho, questo è uno di quelli con il pomello più consumato.

I have my mind made up

Ieri ho tolto la condensa dallo specchio appannato dopo la doccia.
Per la prima volta dopo non so quanto tempo, lo specchio ha restituito un’immagine vera, mi sono vista per la persona che sono.
E non è un piagnisteo, semplicemente per la prima volta da molti anni mi sono vista l’età che ho.
Nella pelle spenta, le rughe che non sono più solo di espressione. Tanti capelli bianchi in più. L’espressione sconfitta e rassegnata.

Così per trenta secondi è partito uno tsunami di buoni propositi nella mia mente. Crema idratante mattina e sera, due litri di acqua al giorno, basta Coca Cola, mai più birra, taglio netto ai carboidrati, maschera tonificante una volta a settimana.
Per carità, tutte cose utili, alcune più di altre.
Però per togliere quel velo grigio dalla faccia non basta una buona skin care.
Ci vorrebbe la speranza di un anno più decente, mentre questi 20 giorni di gennaio ci hanno regalato un 2020 potenziato e non vedo la fine di niente.
Sento l’eco dei no detti ai miei figli, quando mi chiedono di fare cose banali come andare a trovare la nonna e non possiamo.
Quando mi chiedono di andare a vedere la neve e non possiamo farlo.
Quando mi chiedono di incontrarsi a giocare con i loro amichetti e non possono farlo.
Quando mi chiedono di invitare a cena i nostri amici e non possiamo farlo.

E dormono male. E noi di conseguenza.
Sembra di respirare in un sacchetto di plastica da cosí tanto tempo che avere qualche riga bianca che spunta nel mio short bob è il male minore.
E allora via con il make up e i filtri di instagram. In attesa che il sacchetto si possa togliere e mettere a riciclare nel bidone blu, insieme a tutti i brutti ricordi che ci stiamo portando sulle spalle che si incurvano e sulle pance che diventano più tonde.

Tengo stretta nel pugno la speranza di vedere tutto questo esaurirsi prima o poi, rivivere i ricordi nelle foto scattate e nelle cose non fatte. Godermi una pizza fuori come non ho mai fatto nella mia vita, passeggiare al mare respirando l’aria carica di iodio senza il filtro della mascherina.
Torneranno, quei momenti. Lo so.
Spero solo che prima di riviverli non mi sia rimasta in mano nient’altro che la speranza di vederli tornare.

But I promise to try

L’odore della neve non si può descrivere.
Forse nemmeno esiste, eppure quando un mese fa circa è scesa copiosa qui in collina, quando ho aperto il portone di casa per far giocare un po’ i bimbi io lo ho sentito, chiaro e forte.
Mi ha colpita in viso ma ha preso a schiaffi i miei ricordi.
La mente umana è quanto di più meravigliosamente complesso e assurdo possa esistere.
Sono stata al mare decine di volte, quasi tutti gli anni. Chiudo gli occhi e posso rievocare il rumore delle onde.
So che i piedi sprofondano nella sabbia asciutta e lasciano impronte ben definite su quella bagnata e vischiosa del bagnasciuga.
Ma se chiudo gli occhi e penso alla neve, mi sembra di sentire sotto la suola degli stivali la sensazione di compressione che si ha quando la si schiaccia. Lei scricchiola, accoglie il peso e regala un’impronta che sembra essere eterna.
Ogni fiocco che cade è diverso, bagna la lana dei berretti e fa diventare rosse le mani che non riescono a smettere di toccarla, di cercarla e di giocarci.
In questa giornata grigia fuori e bizzarra dentro, ho sentito il bisogno di pensare a qualcosa che odi et amo.
E niente di meglio della neve riesce a interpretare questo ruolo alla perfezione.

Mi fa arrabbiare il pensiero che Giorgia avrebbe potuto godersi una settimana meravigliosa con i nonni a guardare addirittura una gara di coppa del mondo dalla terrazza dell’albergo, ma il maledetto Covid sta entrando a gamba tesa su tutti i miei sogni più recenti. Spero di recuperare, prima o poi, con i dovuti interessi.

Buona serata,

Liz

Love is all we need

Qualche giorno fa osservavo il vigneto davanti a casa dalla finestra.
Un po’ di nebbiolina, luce piena di mezzogiorno, la pasta a cuocere sul fornello, e io con la fronte appiccicata al vetro a controllare la quantità di codirossi presente sul ciliegio stecchito, davanti a me.

I bambini erano all’asilo, o scuola dell’infanzia come si dovrebbe dire, e Manuel lavorava da casa.
Pensavo a Filippo e al suo bel taglio sul labbro, che ora che sta guarendo spicca rosso come una cicatrice di guerra. Pensavo a lui con preoccupazione. Filippo è un bambino fantastico, simpatico, affettuoso, ma è anche un terremoto perpetuo che ancora non ha piena consapevolezza del proprio corpo e che non è in grado di arrivare dal punto A al punto B senza correre.
Poi pensavo a Giorgia, alla sua esilità fisica e di sentimenti. Vola come una farfalla ma sa anche pungere come un’ape, a casa.
Tutti questi pensieri in testa contando allo stesso tempo i filari del vigneto, per poi sbuffare, guardando Manuel con rassegnazione, che mi sento un genitore totalmente inadatto al ruolo.

Senza quasi alzare lo sguardo dal computer, Manuel mi risponde che ci sono coppie di drogati che fanno figli e li lasciano a casa da soli, da piccoli, per andare a prendersi le dosi, e che quindi sto dicendo una cazzata.

Il suo era un voluto paradosso, sebbene tristemente vero, ma non mi è servito a stare meglio con me stessa.

Ci sono dei momenti in cui le braccia morbide di Filippo e quelle lunghe e ossute di Giorgia si stringono attorno a me, contemporaneamente, e richiedono anche la presenza del papà.
“Coccole tutti insieme”, dice Filippo. E dispensa baci a tutta la famiglia.
E sono sensazioni bellissime che mi riempiono di colori vivaci e di speranza.
Poi torno nell’ansia da prestazione che mi tormenta.
Sono troppo permissiva con i miei figli? O magari, invece, troppo severa? Mi impongo troppo poco così da non farmi rispettare o sono al contrario eccessivamente rigida su alcune posizioni e loro non capiscono e fanno muro?
E quando cresceranno, come farò a gestire le mie preoccupazioni? La scuola, gli amici, la salute più di tutto il resto. I loro sogni. La loro realtà. Le loro aspettative che si scontreranno con le mie. Il lasciarli andare per la loro strada cercando solo di aggiustare il tiro e non di impostare il loro navigatore.

Sono piena di capelli bianchi e ho un reticolo di rughe imbarazzante, e in due non fanno neanche 8 anni.
Come ci arrivo alla loro adolescenza?
E fino a quando posso addormentarmi abbracciata a loro strusciando il naso sulle guance lisce e perfette e massaggiando alluci ancora morbidi?

Hey now

Stanotte ho fatto un sogno orribile. Ero consapevole del fatto che stessi sognando ma mi sentivo come immersa in qualche cosa di denso e vischioso e non riuscivo a venirne fuori.

Poi mi sono svegliata e il sogno mi è rimasto appiccicato addosso. Poi sono consapevole che ai sogni non si deve dare troppo peso, specie quando sono assurdi e dettati da abusi alcolici e calorici della sera prima. Ma la mia cena ieri era a base di brodo vegetale senza sale e pastina, quindi la vedo dura che sia colpa di quelle tre cucchiaiate che ho buttato giù in piedi in cucina.

Attendo quindi con ansia il momento di preparare la besciamella, mia acerrima nemica, che o mi viene perfetta o non mi viene proprio, così concentro le energie mentali sul mestolo e l’arte di evitare la formazione di grumi.

Distinti saluti e buona domenica

O finalmente sceglierai

Eccoci, finalmente, diranno in molti, oggi rientro in ufficio. Ho lavorato anche in ferie, a sprazzi. Ma oggi devo togliere la tuta e pettinarmi e affrontare il caos che troverò dopo questo lungo periodo di assenza.

È stato uno strano week end. Come se avessi vissuto nella nebbia per due giorni. Complice un mal di testa fastidioso, di quelli che se ne stanno in sottofondo e non ne se vanno e nemmeno esplodono, sono stata pensierosa e insofferente.

Credo di aver esaurito nella mia testa lo spazio disponibile, come nel cellulare. Quindi quando stamattina mi sono svegliata un po’ prima del drin dell’allarme del telefono, abbracciata a Filippo per l’ennesima mattina, ho pensato che devo ripetermi come un mantra che devo affrontare una cosa alla volta, almeno divise per categoria.

Sarà pianto e stridore di denti in ufficio? Molto probabilmente sì, ma inutile pensare di essere Wonder Woman e sistemare tutto in una mattina. Una cosa alla volta.

Filippo e Giorgia hanno notti difficili, ognuno a modo loro? Beh stanno vivendo il più assurdo dei periodi, hanno perso la loro routine con le vacanze e ora altro cambio con il rientro a scuola. Ci vuole pazienza e ristabilire qualche abitudine sana e inderogabile.

Siamo zona arancione? Stringiamo i denti. Meno male che ci sono le videochiamate.

E poi voglio chiudere la prima stesura del libro cui sto lavorando con la scuola di scrittura, anche se ahimè il corso si è concluso e devo camminare con le mie gambe. E ragionare su un altro piccolo progetto che con la scrittura non c’entra e che mi frulla in testa da tempo e non ho mai avuto il coraggio di provare a mettere in piedi.

Quanto ottimismo oggi. Sarà che la prima cosa che ho fatto, bevendo ill caffè, è stata scrivere all’INPS per iniziare l’opera di martellamento quotidiano per ottenere risposte.

Buona settimana a tutti

Un’altra identità

Eccoci, un sabato quasi normale. La zona è arancione ed era immaginabile, quindi mi coccolo nel ricordo del cappuccino che mi sono bevuta al bar ieri mattina dopo aver fatto una bella passeggiata per le strade di Giavera, ghiacciate e semideserte, ascoltando Achille Lauro.

Stamattina è prevista una girata con i bambini per permettere a poro Manuel di lavorare in pace un’oretta, connessione Telecom permettendo, quindi si prevede che per le ore 13 sarò già cadavere, accasciata su qualche superficie della casa implorando una tazza di caffè e tre ore di sonno.

In fondo ho pregato per il sole stamattina, che anche ai bambini produrre endorfine può solo fare bene, e sono stata accontentata.

Alle 10.30 però a casa che c’è lo slalom ad Adelboden, anche se sinceramente dopo che ieri in una sola gara sono praticamente stati messi ko due tra i miei idoli del circuito bianco di quest’anno, inizio a pensare che un’osservazione passiva delle prestazioni potrebbe essere auspicabile.
Oppure potrei mettere in vendita le mie capacità di menagrama al contrario per utenti assatanati di fantacalcio. Sei ultimo e il primo del tuo torneo ha un giocatore che segna a ogni partita? Con soli 5 euro mi metto a tifare per lui e mal che vada si prende una distorsione e sta fuori 5 settimane.

Forse ho trovato il modo per fare i soldi.

Buon week end a tutti, leggete che ce n’è tanto bisogno.

Ti accorgi che il silenzio

7 ore senza bambini.

Silenzio, spesa senza fretta, pranzo tranquillo, doccia senza dovermi chiudere dentro a chiave e vedere la maniglia che va su e giù forsennatamente per tutta la durata del lavacro.

Un pensiero per Filippo, quel taglio è guarito però un filo di paura resta.

Un pensiero per Giorgia e la sua delicatezza.

E sette ore sono passate e, mannaggia a me, mi sono mancati. Vedere le loro facciotte stanche dai finestrini del pulmino, un batticuore.

Le lacrime di Giorgia per i dispetti di una compagna, e Filippo con la giacca impolverata come se fosse stato al mulino. Da blu a bianca in mezza giornata.

E ora giocano insieme, tra un piccolo litigio due coccole e la pancia piena, troppo, di frittelle alla crema.

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