Come la terra la pioggia

Dal gradino che rappresenta l’ingresso della casa nuova, stando seduta, vedo questo. E mi piace. Come un quadro animato.

Mi hanno detto, qualche giorno fa, che non andrò da nessuna parte nella vita perché non mi voglio bene, e non serve a niente volerne agli altri se la radice dell’amor proprio si sta seccando.

Guardo questo panorama cercando nuova linfa, acqua fresca, respiri profondi e carichi di ossigeno, anche se ormai, per citare Stefania Bertola, mi sembra di respirare purè. Di camminare sulle uova, cercando di fare meno danni possibili e ottenendo come unico risultato una frittata da guinness, ma immangiabile perché piena di gusci rotti.

Sono quella che ha sempre fatto montagne di granelli di sabbia, ora invece voglio stare in cima a quelle montagne e far capire agli altri che a tutto c’è rimedio, che la vita è una strada piena di buche, di curve, di lavori in corso, ma anche di asfalto liscio e panorami e tramonti e notti piene di stelle.

Devo volermi bene, devo iniziare da ieri.

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Tomorrow I don’t know

-4 .
Tre giorni di pioggia? Chi lo sa. Tre giorni comunque per spostare definitivamente la vita da una casa vecchia ad una nuova.

Qui lascio molte cose, come sempre, quando si cambia casa.
Lascio cose brutte, come il ricordo delle ultime due settimane di vita di Loreno, che ad oggi ancora nonostante coloro che gli sono successe, nonostante i bambini, nonostante tutti i cani dei nonni, mi manca tantissimo.
Lascio cose brutte come momenti difficili vissuti un anno fa, quando aspettavo Filippo e non riuscivo a gioire pensando solo alle complicazioni ed alle difficoltà che un altro bambino avrebbe portato.
Lascio cose brutte come il 17 settembre di quest’anno, quando ho ricevuto quella telefonata che mi ha lanciata a velocità supersonica dentro ad un buco nero.
Lascio notti insonni per il lavoro, giornate di mal di testa, lascio il vecchio che bestemmia alle 5 di mattina perché i suoi cani abbaiano, lascio il nervoso per i parcheggi selvaggi, lascio il ricordo del megatopo che lo scorso inverno soleva bazzicare davanti alle nostre finestre, lascio questa muffa cattiva che sta facendo male a Filippo, lascio questi spazi stretti che mi fanno dire sempre NO a Giorgia, lascio l’angoscia di uscire di casa con i vestiti che sanno di umidità.
L’impianto elettrico difettoso che fa saltare la luce di continuo. Quella volta che per questo motivo sono caduta per le scale e ho preso tanta paura perché aspettavo Pipu.
L’amministratore.
Però mi porto via bei ricordi.
Il test di gravidanza positivo. E anche il secondo test di gravidanza positivo.
La prima festa di compleanno di Manuel organizzata qui, con i suoi amici.
La partenza in moto per la minivacanza nel 2015.
Gli uccellini che ho sfamato per tre inverni, fuori dalla cucina.
Dei vicini fantastici.
I primi passi di Giorgia, e la sua prima parola, detta qui, in soggiorno, dove adesso di parole ne dice anche troppe.
Lo stand della sagra della Madonna della Salute fuori dalla porta.
Le corse a piedi nudi della mia bimba fuori, sul vialetto quando ancora era abbastanza integro da permetterle di sgambettare serena senza scarpe.
Gigio, il gattone del condominio.
Le libellule in estate.

Si chiude un altro capitolo, e la speranza, come sempre, è che quello nuovo sia più bello e foriero di ricordi piacevoli da aggiungere a quelli presenti.

Da scatolonelandia è tutto

Liz

Il freddo qua si fa sentire

Cari Maneskin, che pezzone avete fatto. Bravi, belli e bravi.

Io intanto, indovinate un po’? Aspetto una telefonata.

Il trasloco incombe, risolto un problema ne saltano fuori otto di nuovi, e sto sognando quel momento in cui mi siederò sul divano che forse renderà le mie notti con Pipu meno drammatiche sospirando “È finita”.

Tra un sogno e un desiderio, le cose da fare che sono tante e non riesco ad iniziare perché non so da dove. Tra la sensazione di bello che ho provato ieri, per quei pochissimi istanti in cui in quella casa sono stata da sola, a camminare per le stanze semivuote, nel silenzio. A pensarla piena di rumore, immaginando Pipu che gattona su quel corridoio infinito, inseguito da Giorgia a bordo della sua moto-triciclo.
Riempire quella piccola cucina di nuovi profumi.
Aprire i due tavoli, e poter finalmente invitare gente a pranzo o a cena.
Bere il mio amato, irrinunciabile primo sorso di caffè guardando il Montello, e non fissando il pavimento.

A tutti una buona settimana

Liz

Say it right

La paura è un sentimento nobile, a mio parere. Ti fa capire che hai dei limiti, che puoi superarli, che ci sono cose più grandi di te, ti ridimensiona, ti dona umiltà.

Allo stesso tempo però la paura è come un collare a strozzo. Vorresti correre, ma ti tira indietro togliendoti il fiato, il sonno, la fame.
Il gioco si vince quando impari a gestirla, e mi rendo conto, alla veneranda età di 37 anni, di non essere assolutamente in grado di farlo. Fai dei figli e le sei, sette paure che avevi crescono in modo esponenziale. Una foglia cade da un lato e non dall’altro come ti aspettavi studiandone la traiettoria di volo e ti prende male.
Questo 2018 di paura me ne ha regalata più di quanta ne avrei voluta, e forse più di quanta sono in grado di reggere. La paura ti blocca le parole in gola ed i sentimenti nello stomaco. La paura ti fa fare sempre la cosa sbagliata. Cosa che per te magari è giusta, ma in realtà per il mondo è tutt’altro che così. La paura non ti fa esprimere le tue emozioni, ti fa mentire a te stessa e poi agli altri, di riflesso o di conseguenza.
La paura ti fa attaccare a cose stupide, ti fa agitare ad ogni squillo del telefono, ti rende indolente, e anche insolente. Ti fa fare un percorso da 20 km per unire i punti A e B quando magari bastavano 10 metri. E forse non era nemmeno necessario farli. La paura ti fa sperare che succeda una cosa ma anche il suo esatto contrario. La paura vorrebbe farti tornare indietro di vent’anni, o avanti di altrettanti. La paura ti fa procrastinare, delegare, mandare giù tanti di quei rospi che ormai al posto dello stomaco hai uno stagno.

In inglese c’è questa parola, fearless, senza paura, che suona così bene, così leggera. PErché la paura è un peso che permettiamo alle situazioni di metterci sulle spalle. Credo che il segreto sia tutto lì, nel fare come gli animali. Una scrollata forte, e tornare a splendere.

Liz

 

Mad about you

Cari Giorgia e Filippo,

quanto è difficile avere a che fare con voi. Con i tuoi capricci, Giorgia, e i tuoi no a prescindere. I tuoi dispetti. Le sceneggiate per farti vestire. I drammi per farti cambiare. Le lotte per farti mangiare qualcosa di diverso da quello che vorresti tu.
E tu, Filippo, con le tue notti infinite, i tuoi risvegli continui, la tua pancia brontolona e le urla tipo Albano, la tua fame perpetua ed il tuo non sopportare di rimanere da solo nemmeno per un secondo.
Però ora vi guardo: tu bimba mia con questo pigiamone di peluche, la molletta messa a caso tra i riccioli, questi riccioli che non ti taglierò per molto, molto tempo, e la mia collana di perle finte che ti piace tanto indossare anche se ti arriva ai piedi. E tu, uomo della mia vita, che dopo due ore esatte di lagne ti sei finalmente addormentato avvolto nella tua coperta azzurra, la stessa con cui ti hanno avvolto poco dopo la tua nascita, quella che avevi attorno quando quella sera tardi ti hanno portato in camera da me, io ti ho preso tra le braccia e ho capito che ti avrei amato e protetto a qualsiasi costo, da tutto e da tutti.

Perdo spesso la pazienza, è vero, a volte mi fate uscire di testa, ma niente mi rimette in sesto come una coccola con voi, con te Giorgia, quando dopo mille bacini sulle guance me ne chiedi ancora tirandomi a te con le manine, e con te, Filippo, quando mi regali sorrisi enormi e sdentati quando ti faccio le carezze sul viso tondo, e ti bacio quel naso che vedo perfetto in ogni sua curva.

Mai avrei pensato di poter amare così tanto qualcuno. A volte cerco di razionalizzare, perché so che crescerete e piano piano vi allontanerete dalla protezione dei miei abbracci, dal controllo dei miei sguardi, che non vorrete più i miei baci e le mie carezze, che saranno liti ed incomprensioni, che non capirete il perché dei miei no. È la vita, la linea continua tra genitori, figli, figli che diventano genitori, e avanti così.
Vi scrivo spesso qui dentro perché voglio fissare le mie intenzioni, rileggerle quando vacillerò, quando vorrò controllare troppo le vostre vite o quando non sarò d’accordo con le vostre scelte ma sarà giusto farvele fare. 
Devo lasciarvi vivere, devo lasciarvi sbagliare per imparare. Ma ci sarò sempre, e guai a chi vi tocca. Voglio regalarvi un’infanzia serena, fatta di bei momenti passati insieme, di risate e piccole cose, così da permettervi, un giorno, di essere adulti senza troppi rimpianti né troppe ansie.
Sbaglierò mille e mille altre volte, non mi sentirò all’altezza di questo ruolo che la vita mi ha assegnato, ma cercherò di svolgerlo nel modo migliore per voi, e non per quello che pensano gli altri, o che gli altri vorrebbero. 
I bambini perfetti li lascio agli altri, io ho voi due, che siete perfetti per me, e tanto mi basta.

Vi amo, almeno fino al prossimo capriccio e alla prossima lagna perpetua.

La mamma

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I don’t have hopes and dreams

Come mi siano saltati in testa i Guns ‘n’ roses stamattina lo sa il cielo. Mi sono svegliata ibernata perché evidentemente il multistrato di coperte non è più sufficiente, quindi ho indossato una felpa e sopra un cardigan, ho fatto dei pancake con il preparato americano che non sanno di niente, mi sono coccolata i miei bimbi avvolti nei loro pigiami di peluche e ho guardato i bootcamp di X Factor tramite l’apposita applicazione commentando a distanza a botte di vocali con la Ila, mia fedele da sempre comare di talent.

Ormai il motivo portante delle mie giornate è quello di fissare il telefono in attesa di telefonate. Ne ho anche un po’ le palle piene, se si può dire e spero di cuore che oggi sia l’ultima di questa giornate perché il mio sistema nervoso ne sta risentendo in maniera massiccia, poi di notte sogno che compro decine di insalatiere di plastica riempiendone un carrello gigante.

Per fortuna è venerdì. Psicologicamente, ancora la cosa mi aiuta.

Buona giornata a tutti

Liz

Senza un perché

Piove.
Che sensazione strana, oggi fa freddo, e non ero preparata, ma per me è bellissimo, mi sembra che l’estate sia durata 19 mesi, ho partorito che faceva caldo ed era aprile, e ha fatto caldo fino a ieri, troppo per me, troppo per Pipu.
Troppo visto quello che è successo nel mezzo, troppo per questa casa che non è più facile definire tale, più un deposito in perenne disordine da dove non vogliamo fare altro che scappare.
Troppo viste le difficoltà di quest’anno che sembra infinito, mi sembra che Giorgia abbia 2 anni da sempre e che Filippo debba camminare da un momento all’altro.

Forse però una piccola luce in fondo al tunnel si vede.
Credo, per quanto poco possa valere, per quanto ve ne possa fregare, di meritarla, questa luce, perché è vero che i bambini stanno bene, sono sani, sereni e felici e questo dovrebbe bastarmi ed avanzarmi, ma ho bisogno di questa ultima piccola cosa e posso perdonare a questo anno del menga un po’ di cose che mi ha fatto andare storte. Non tutte, qualcuna. Perché perdono, ma non dimentico.

Vado ad ascoltare per qualche istante questa pioggia autunnale che cade, sognando castagne, pane alla zucca e frittelle di mele, e un divano bianco con una coperta blu nuova nuova, ancora da aprire.

Liz

A volte la felicità costa meno di un pound

Caparezza resta una delle mie poche certezze musicali.

Fuori c’è il sole, Filippo continua nella sua crociata dell’insonnia con grande successo, questa notte credo abbia battuto il record di risvegli frignando ogni 50 minuti circa. Io quindi sono molto riposata, molto triste per l’esito delle Final Six dei mondiali (adesso forza USA tutta la vita), e con il freno a mano in testa per l’ennesima cosa in ballo che vivo con l’angoscia dell’ennesima batosta.

Vorrei prendere la me di due mesi fa che si lamentava perché Filippo non dormiva più di tre/quattro ore e prenderla a sberle.

In compenso…in compenso niente. Saranno ancora giorni lunghi e nervosi, fatti di passeggiate verso il parco a dare il pane alle papere e a farmi venire infarti mentre cerco di guardare Giorgia sullo scivolo con un occhio e Filippo nel passeggino con l’altro, giorni di attesa, giorni di sogni tenuti chiusi in una scatola bloccata con tre giri di scotch, quello grigio che usava MacGyver. Intanto, mentre scrivo e Filippo mi regala ben mezzora di pace, Giorgia scatta foto con il mio cellulare, e poi mi chiedo perché ho sempre la memoria piena. Sta crescendo in fretta, a scatti che mi lasciano senza fiato, passando da momenti di totale infanzia a momenti in cui la vedo già grande e lo stomaco si trasforma in un’oliva. Come ieri, mentre stavamo andando a fare la spesa, e girandosi verso di me con quei suoi cavolo di enormi occhi dai mille colori mi ha chiesto: “Mamma, cecere (trad: per piacere), gelato piccolo”. Sono entrata in gelateria investendo chiunque intralciasse il mio cammino. Poi stamattina facendo il suo salto del coniglio ha rovesciato di nuovo la ciotola dell’acqua delle gatte, e tutto torna alla normalità con me che urlo sottovoce per sgridarla per non svegliare Pipu dal suo raro, prezioso, brevissimo pisolo del mattino.

Se telefonando io

A quanto pare questo è il mese per me delle telefonate che non arrivano, ma non dispero. Filippo è una specie di bimbo bomba e non solo per l’aspetto fisico, ma soprattutto per il fatto che non dorme praticamente mai e quando mangia diventa una piccola copia della bimba de L’esorcista. Credo sia ora di pompare lo svezzamento, che forse mi salverà da questi momenti difficili e dalle seimila lavatrici al giorno.

O forse basterebbe darmi una calmata, perché questo settembre ha deciso di mettere alla prova tutti i nervi che ho, sommando, appunto, la quasi totale mancanza di sonno, aggiungendo almeno cinque chilometri di passeggiata al giorno visto che il nano ronfa solo in passeggino e solo se il suddetto è in movimento (Dio benedica questo clima fresco e soleggiato che mi permette di sopravvivere, comunque), il fatto che non riesco a fare un pranzo o una cena che sia uno come Dio comanda, rimescolando le carte di una vita passata che è tornata in auge, un po’ per fortuna, un po’ purtroppo.

Stanotte ho sognato che prendevo a calci la v.d.m. (leggi: vecchia di merda, si è aggiunta anche al femminile, quest’anno) e le dicevo che era una vecchia schifosa cicciona che aveva sulla coscienza la felicità e la salute dei miei figli. Lo prendo come uno sfogo temporaneo, non sono per questi metodi violenti, ma più per il “ti schiaffo in faccia che senza di te le cose mi sono pure andate meglio”, e spero davvero di poterlo fare, magari non subito, ma a breve sì. Perché sono un po’ stanca di aspettare cadaveri in riva al fiume, che è umido e pieno di zanzare. Le ruote, è vero, girano per tutti, ma una spintarella per accelerare il processo non mi farebbe poi così schifo.

Intanto ho comprato a Giorgia delle scarpe con gli unicorni supertrendy e degli scarponcini blu superpratici, impermeabili, sportivi, a prova di cantiere edile. Lei, ovviamente, non ha occhi che per questi. La mia principessa camionista.

Buon giovedì gente, che a me suona sempre come un ossimoro, ma almeno la gelateria di giovedì è aperta.

Liz

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